MACHETEbarMARCO ROVARIS

L’ultimo sforzo di Rodriguez è decisamente incastonato nel filone di genere caro al regista e, proprio perché già ne conosciamo gli stilemi, sarebbe superfluo enumerarli in una mera opera di catalogazione, come si è fatto troppo spesso in passato per i suoi film e per quelli di Tarantino. La caccia alla citazione, il pulp, la serie B, l’effetto pellicola midnight movie… Tutto assorbito, quindi sottinteso. Lo spessore della visione sta nell’effettiva riuscita del progetto ed è inevitabile il confronto con gli esperimenti passati.

La sensazione maturata dopo aver assistito a gran parte dei suoi film è quella di incompiutezza, di mancanza di un corpus veramente coeso. Ripensando agli episodi dell’epos messicano, per esempio, è chiaro che qualcosa non ha mai funzionato fino in fondo, eccezion fatta per il primo, El Mariachi, autentico diamante, pur grezzo, underground. I tentativi successivi non sono stati all’altezza, nonostante il budget sensibilmente superiore e le star coinvolte. Il remake, o supposto tale, Desperado, assume una piega preoccupante nella seconda metà e perde ritmo in maniera irrecuperabile. C’era una volta in Messico, il sequel, non dà punti di riferimento, in senso negativo, addirittura dall’inizio, anticamera di un pasticcio nel quale le rocambolesche sequenze finiscono con l’avere un effetto, paradossalmente, soporifero. Troppo carisma, e mal distribuito, in personaggi che si muovono all’interno di un intreccio ingestibile; forse è Banderas, protagonista in entrambi, a portare sfortuna.

Machete, di medesima ambientazione, evidenzia un salto di qualità. Non più un killer romantico e musicista, ma un ex agente federale messicano costretto alla condizione di clandestino in Texas, con il volto provato e devastato di Danny Trejo, già galeotto a San Quentin e assoluto oggetto di culto per gli amanti delle pellicole "rated R". Da personaggio di contorno a leader. Leader, appunto, della “revolucion”: perché il film affonda le sue radici in un problema sociale circa il quale l’ambiente limitrofo alla frontiera è particolarmente sensibile, quello dell’immigrazione, definita clandestina dalla manipolazione lessicale messa in atto dalla cultura del potere. La “rete” è la controffensiva: un’organizzazione segreta che favorisce l’introduzione di messicani in territorio texano e li rende cellule pronte alla lotta armata. Al segnale convenuto, è Machete, suo malgrado, a guidare la falange.

Reminescenze western. Efficaci, questa volta. La frontiera di cui sopra, in realtà effettivo confine, ricorda quella del vecchio West, luogo dell’avventura e dell’incertezza, dove nascono gli eroi. Il motore scatenante, la vendetta: nel prologo Machete assiste alla decapitazione della moglie; spogliato dell’uniforme, è vittima di un complotto, esattamente quello del fake (non più) trailer in Grindhouse. Dunque, vendetta nella vendetta, laddove droga e politica, mano nella mano, mettono in croce la popolazione, non necessariamente in senso figurato… Ancora, lo shoot-out finale, puntuale e fragoroso, nel quale si regolano i conti e si risolvono i vari sub-plot. I cattivi, come da tradizione, non fanno prigionieri; da menzionare l’idea dei “vigilantes”, che affondano le loro equivoche origini nella storia, specialmente in epoca coloniale.
Come sempre il cast ospita vari underdog: Steven Seagal, che gareggia con Trejo come “stoneface”; Lindsay Lohan, attrice vera e presenza fissa nei tribunali californiani; Don Johnson, lo sbirro della Florida che cambia costa e prerogative, addirittura “introducted” nei titoli di testa.

Si può dire che Rodriguez abbia ragionato meglio sul tempo filmico, creando un prodotto più solido del solito. Ma è meglio non farsi illusioni, dal momento che il cowboy gradisce stare spesso sopra le righe…


Machete, Robert Rodriguez, USA 2010, 105’