Una donna è arrestata per omicidio tra l’incredulità del marito e la disperazione del figlioletto. In un noir alla Fritz Lang un lungo flashback avrebbe mostrato in che modo la protagonista, una donna qualunque, abbia commesso il crimine, oppure vi si sia avvicinata tanto da lasciare prove apparentemente inoppugnabili. Un thriller alla Hitchcock avrebbe proseguito linearmente, esplorando le dinamiche della fiducia interna alla coppia e l’emergere dell’“ombra del dubbio”.

The Next Three Days non segue nessuna di queste vie, non lascia spazio a dubbi e tratta sbrigativamente la questione dell’innocenza o meno della donna, né si interessa ai dibattimenti in tribunale. Per i primi tre quarti, punta in prevalenza sul dramma familiare: sostenuto da lente e patetiche melodie per pianoforte, è un susseguirsi ricattatorio di pianti, di sospiri, di sguardi dietro gli spiragli di una veneziana, di attese per un bacio dal figlio.

Per Haggis, l’insistenza sui legami familiari è un modo di portare avanti la sua riflessione intorno alle “cose che contano”, e la principale chiave di lettura sembra venire non tanto dal Don Chisciotte (la scena della lezione sull’eroe di Cervantes dovrebbe rappresentare uno snodo narrativo fondamentale: i temi musicali si fanno più incalzanti e, tra le disquisizioni su razionalità e follia, inizia la riscossa del protagonista), quanto piuttosto – visto che ad Haggis (Nella valle di Elah) i riferimenti biblici piacciono – dall’Arca di Noè, disegnata nella stanza del figlio dello spacciatore: è come se il mondo fosse sommerso da una specie di diluvio morale dal quale ci si può salvare unicamente aggrappandosi a una fiducia cieca e irrazionale ai legami famigliari.

Al di fuori della famiglia non vi è altro che violenza, sopraffazione, indifferenza. Né la legge, né le istituzioni – fredde e insensibili, se non disumane (i poliziotti e il personale medico sono connotati come insensibili, incapaci della più elementare empatia) – possono fornire aiuto. Tanto che la sbrigatività sugli aspetti giudiziari del caso finisce per assumere un carattere sintomatico: come a dire che non vale più la pena stare a discutere, né riflettere sul ruolo della giustizia e delle procedure legali (come invece avrebbe probabilmente fatto Sidney Lumet). La legge, il sistema giudiziario sono istituzioni dalle quali l’individuo non può più attendersi nulla. Sotto l’apparenza di un richiamo “umanistico” ai valori fondamentali e della riscoperta della forza dei legami familiari si intravede una visione del mondo più che discutibile: per finanziare la fuga della moglie e la salvezza della propria famiglia il protagonista non esita a fare fuori una banda di trafficanti di droga.

A questa visione del mondo Haggis dà una struttura cinematografica grossolana, che si impone sullo spettatore invece di sollecitarne riflessioni e dubbi. Non è solo l’enfatica pesantezza con cui questo regista degli abbracci e delle strette di mano definisce i personaggi ed esplora i loro sentimenti. Non sono nemmeno le debolezze di verosimiglianza che punteggiano la trama (l’irruzione nella casa degli spacciatori, le modalità con cui viene messo in atto il piano di fuga). Il fatto è che la vicenda avrebbe potuto avere risvolti intriganti solo se il regista avesse lavorato con più finezza sulle certezze del marito e sui dubbi dello spettatore (e quindi sulle aspettative di quest’ultimo e sui suoi processi di identificazione): al contrario, ha preferito “imporre” fin dall’inizio allo spettatore le certezze del protagonista, per poi “rassicurarlo” con la rivelazione finale circa l’innocenza della donna.
È un cinema che non lascia dubbi, innanzitutto sulla sua superficialità.

 
The Next Three Days, regia di Paul Haggis, Usa/Francia 2010, 122’