I.
 
Not with a bang but with a whimper. 
(T.S. Eliot)
 
Tornare su Holy Motors. Ancora. Non per difendere una posizione presa all'epoca della prima, folgorante visione; non per consigliarne una seconda a chi non l'ha capito; non perché convinti che una terza possa far cambiare idea a chi non lo apprezza.
 
Tornare su Holy Motors perché a un anno di distanza da quella prima visione è ormai evidente che si è trattato – si tratta – di un film spartiacque: il film di Carax ha polarizzato il responso critico come nessun altro negli ultimi anni, separando nettamente estimatori e denigratori (più di The Tree of Life di Malick, altra opera chiave di quest'epoca). Ma soprattutto, ha reso evidente la separazione tra due "schieramenti" all'interno della critica, e quali siano è appunto l'argomento di questa breve riflessione.
 
A pochi giorni dalla fine del Festival di Cannes del 2012, mi era capitato di origliare una conversazione tra un paio di persone sedute nella fila dietro la mia: la donna chiedeva al vicino di posto cosa pensasse del film e l'uomo rispondeva "l'ho detestato". Lei non sapevo chi fosse, lui era Gavin Smith, direttore di Film Comment. I primi commenti a caldo, dunque, mi avevano fatto pensare che le opinioni contrastanti avessero a che fare con uno scarto generazionale: i più giovani applaudivano, i meno giovani storcevano il naso. Ma ulteriori confronti, opinioni colte qua e là, anche nei mesi successivi, dimostrarono che la prima ipotesi era da scartare, perché apprezzamenti e stroncature venivano tanto da una parte quanto dall'altra, in maniera trasversale. Non era una questione di essere giovani e ingenui o vecchie volpi sgamate. C'era qualcos'altro: qualcosa che aveva a che fare con una disposizione interiore.
 
Intanto, sfatiamo un mito: quello secondo cui Holy Motors non piaccia a una parte della critica perché non l'ha capito. Certo, c'è chi ha ammesso di non averlo capito e per questo non lo ama, ma c'è anche chi lo adora pur non avendolo capito. Queste due fazioni si annullano a vicenda. Capire di cosa parla il film è un'impresa alla portata di tutti e lo stesso Carax non ha fatto segreti al riguardo, spiegando in tre righe quello che in tanti si sono sforzati (spesso meritevolmente) di elaborare in pagine e pagine di riflessioni: "è una specie di film di fantascienza, in cui gli umani, le bestie e le macchine si trovano sull'orlo dell'estinzione – 'motori sacri' uniti da un destino comune e solidali, schiavi di un mondo sempre più virtuale". C'è da dire altro? Tantissimo, ed è stato detto, ma non ha contribuito a cambiare l'opinione di chi non apprezzava il film. La verità è che Holy Motors non piace a una parte della critica perché non gli piace quello che dice e come lo dice.
 
Partiamo dal "come". Difficile mettere in discussione la maestria della messa in scena. Ho mostrato il segmento di Holy Motors ambientato nello studio di stop motion a una classe di studenti di cinema e non ce n'è uno che non sia rimasto sopraffatto. Non vuol dire niente, naturalmente: non basta una singola scena riuscita a fare un buon film, e si sa che l'entusiasmo dei ragazzi si scatena per un nonnulla. Ma questi giovani appassionati hanno immediatamente desiderato di vederlo per intero e l'hanno, nella grande maggioranza, apprezzato. I motivi dell'apprezzamento non ci interessano. Sulla scorta di questa mia piccola esperienza è lecito dire che il film, nonostante la sua apparente complessità o ermeticità, ha un suo pubblico, forse non generalista ma sicuramente composto di persone che amano il cinema, che film ne vedono tanti e in tanti modi diversi, al cinema, in televisione o sullo schermo del proprio computer. Anche questo significa poco, dal momento che l'unico responso quantificabile nel nostro Paese è legato a una distribuzione in sala tanto coraggiosa quanto irrisoria per capacità d'impatto. Quanti hanno veramente visto il film? Impossibile dirlo. Chi sono? Non lo sappiamo. Per chi è stato fatto il film? Questo dovremmo forse domandarci, perché il film porta con sé una dedica esplicita ("Katya – for you"; Katerina Golubeva, amata protagonista del precedente film di Carax, Pola X), ma anche, come qualunque altra opera, un interlocutore implicito.
 
 
 
II.
 
Facciamo film per i morti, ma li mostriamo ai vivi. 
(Leos Carax)
 
Qualcuno ha giustamente scritto che Holy Motors "funziona come un passaggio tra due universi: è un film sul cinema come veicolo di trasporto ma anche un film sullo spettatore come parte essenziale di questo meccanismo" (Christina Alvarez Lopez). Nessun discorso sulla presunta morte del cinema può prescindere dalla riflessione sulla sorte dello spettatore e il prologo del film di Carax lo dice chiaramente: le lettere cubitali del titolo campeggiano su una platea di dormienti. Ma l'interlocutore viene chiamato direttamente in causa nella scena più evidentemente teorica del film, quella in cui Michel Piccoli domanda a Oscar "che cosa ti fa andare avanti?". La risposta porta in nuce le ragioni tanto degli apprezzamenti quanto delle critiche rivolte al film: "La stessa cosa che mi ha fatto iniziare: la bellezza del gesto". Inscritta in questa affermazione è già l'accusa di manierismo, di formalismo, di gratuità formulata nei confronti del film. Ma l'altra, vera domanda cruciale è quella che si pone il protagonista al termine della scena: "E se non ci fosse più nessuno, a guardare?". Questa è la spada di Damocle che pende sulla testa di tutti, registi, critici, spettatori: l'assenza dell'interlocutore, il silenzio dello spettatore.
 
Perché, onestamente, che cos'altro conta se non la bellezza del gesto? Che cos'è il cinema stesso, da sempre, se non la bellezza del gesto? Cos'altro possiamo reclamare, oggi più che mai, se non la bellezza del gesto? Lang, Chaplin, Welles, Bresson, Ophuls, Ford, Demy, Rossellini non sono forse massimi maestri nella bellezza del gesto? Non di un'arbitraria, teorica "bellezza", un ideale di bellezza fine a se stesso (la grande bellezza?), ma della bellezza del gesto. Di un gesto (cinematografico) che è ammirevole in virtù della propria bellezza, perché ne rappresenta la sua più profonda verità. Niente di opinabile, piuttosto qualcosa che necessità da sempre di una disposizione in chi guarda. Holy Motors è certamente un canto funebre per il cinema, ma anche una sua gioiosa e fulgida celebrazione. Un atto di fede, un canto d'amore nei confronti delle sue possibilità. Bisogna essere in grado di accettare questa sua doppia natura per amarlo, poter guardare indietro con malinconia e voler scrutare avanti con fiducia. Bisogna smettere di credere che il cinema possa recuperare la centralità all'interno dell'immaginario collettivo così come l'ha avuta nel '900 e lasciare che diventi quello che deve diventare, per restare quello che è sempre stato, sipario che si spalanca su mondi ignoti, elevato dalla bellezza del gesto. 
 
Che il cinema debba essere popolare: ecco una delle grandi menzogne della nostra epoca. L'equivoco che spinge in tanti a sostenere un'ideale medietà del prodotto cinematografico, l'equilibrato dosaggio di spettacolarità e introspezione, la calibrata concatenazione di fatti e personaggi della sceneggiatura da manuale, un intellettualismo spolverato di analisi sociale alla portata di tutti, l'utilizzo di un linguaggio moderato sullo standard di analfabetizzazione collettiva all'immagine. Come no: ben vengano i compiti scritti bene, se vogliamo uscirne con la sufficienza. Ma dietro queste pretese, si nasconde un'idea del cinema come atto di conservazione dello status quo, strumento di asservimento culturale delle masse cui non si permette di elevarsi. Altri, feriti nel profondo dal senso di fine imminente, hanno abdicato la propria fede nel futuro del cinema rifugiandosi in un soliloquio cinico ed esasperato con le proprie ossessioni, orfani incapaci di recidere una relazione ombelicale. Nemmeno a loro è piaciuto Holy Motors.
 
Holy Motors è il film che la "Nuova Cinefilia" ha abbracciato senza esitazioni perché pur guardando in faccia lo spettro della fine del cinema – o meglio, del suo trapasso – è schierato contro la rassegnazione, celebra il movimento contro la stasi, incita alla riformulazione delle posizioni, delle certezze acquisite, a reinventare il proprio ruolo (di critici? anche) nei nuovi scenari sconvolti. Con la consapevolezza che "il nostro tempo non è ancora scaduto. Ci resta da fare ciò che amiamo". 
 
Bisogna scegliere se stare con i vivi o con i morti. I morti hanno visto un film sulla fine del cinema, e di conseguenza sulla propria; i vivi un atto di speranza per l'intera comunità che con passione si sforza di elaborare un discorso attuale intorno al cinema. Holy Motors ci fa capire che se anche il cinema morirà, è giusto che muoia al fianco di coloro che ne difendono le sorti. 
 
Perché la fine non sia un sussurro ma un'esplosione.