Sono circa venti i chilometri che Basri percorre ogni giorno per il suo lavoro. Come sono circa venti gli anni trascorsi dall’arresto e dalla conseguente scomparsa del figlio Seyfi. 
Da allora non ha avuto più sue notizie, nonostante l’uomo, con impressionante e ostinata periodicità, scriva lettere alle autorità turche per conoscere il destino del ragazzo.
 
Pur non rifacendosi ad una singola e specifica vicenda reale, l’esordio al lungometraggio del regista Ali Aydin ha come punto di partenza la cronaca turca dei primi anni Novanta, quando migliaia di kurdi e oppositori del governo scomparvero in seguito agli arresti da parte della polizia di Istanbul. Ancora oggi nel quartiere di Galata si riuniscono le Cumartesi Anneleri, le “madri del sabato”, manifestando per i propri figli scomparsi.
Ma Muffa, Premio Leone del Futuro alla 69° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, non è un film di denuncia sociale nel senso più convenzionale dell’espressione. Siamo infatti soliti pensare ad un film di protesta come ad un'opera percorsa da una forte carica di energia attiva, cinematograficamente convertita in una macchina da presa mobile, da un ritmo incalzante, da movimenti di massa. Muffa è quanto di più distante da tutto ciò. È una pellicola percorsa dal silenzio: quello che circonda la vita di Basri, sessantenne che vive in un villaggio di montagna deserto, vedovo ed epilettico, privo ormai di relazioni sociali e di veri e propri contatti con il mondo. Ma c’è un altro silenzio, quello delle autorità che non comunicano mai al padre che fine abbia fatto Seyfi, autorità che si limitano ad un telegrafico e lapidario: “Suo figlio era avverso alle politiche del governo”.
 
Sullo sfondo apparentemente neutro, ma in realtà efficace compagnia solitaria della vita del protagonista, si staglia il paesaggio spoglio delle montagne e delle vallate che l’uomo, guardiano delle ferrovie (il suo lavoro consiste nel controllare i binari, gettando via ogni oggetto o materiale che metta a repentaglio la sicurezza dei pochi passeggeri della tratta di sua competenza), attraversa quotidianamente. 
L’unico rumore che interrompe l’assordante silenzio che circonda Basri è quello proveniente dalla piccola radio portatile che Seyfi gli regalato anni prima: nelle parole dei notiziari – che compongono frasi rapide, spesso uguali tra loro – l’uomo spera un giorno di sentire qualche notizia a proposito del figlio. Una speranza che gli vale solo l’irrisione da parte delle autorità locali che lo interrogano periodicamente, dando luogo ad un rito ripetitivo quanto inutile.
 
Sostanzialmente privo di musica e dai dialoghi ridotti al minimo, Muffa è il risultato di un lunghissimo lavoro di scrittura durato sette anni che ha visto impegnato in prima persona lo stesso regista. È sua la scelta di mettere al centro della vicenda un uomo, un padre, al fine di evitare la più convenzionale figura di una madre alla ricerca di un figlio scomparso, scelta che secondo Aydin avrebbe spinto il pubblico ad una maggiore immedesimazione e partecipazione emotiva. Il regista infatti, al contrario, persegue un maggiore distacco nella rappresentazione del dolore di un’assenza. Né è prova la lunga sequenza (della durata di circa un quarto d’ora) in cui Basri viene sottoposto ad un ennesimo interrogatorio da parte della polizia a seguito del suo invio della periodica lettera per avere informazioni. Murat, l’agente che lo interroga, siede davanti a lui. A separarli, un ampio tavolo e una distanza di vedute e sensibilità apparentemente incolmabile. In questo lungo passaggio, Basri sembra rievocare la sua intera vita, culminando il proprio racconto con un lucido discorso sulla morte. 
Morte che sa attenderlo non appena avrà ottenuto quello che da vent’anni attende e che è diventata la sua unica ragione di vita. Infatti, quando giungeranno notizie sul figlio e l’uomo potrà finalmente avere per sé le sue spoglie, Basri non avrà più nulla da chiedere. E il film non potrà che chiudersi.
 
La macchina da presa, testimone attenta del dolore di un padre in attesa del figlio, di fronte alla certezza della morte di Seyfi non può che arretrare e terminare il suo lavoro. Perché, a differenza di quanto accade nella maggior parte del cinema circolante, in Muffa il tema del lutto non può diventare materia della finzione. Perché, contrariamente alle convenzioni, non ci sarà alcuna elaborazione del lutto da parte di chi resta. Come detto, Basri non ha più nulla da chiedere, quindi non ha più ragione di vivere. Può solo allontanarsi. Sempre più chiuso in sé, solitario su quei binari che non portano da nessuna parte.
 
Muffa (Küf), regia di Ali Aydin, Turchia/Germania 2012, 94'.