Paragonato sin dalla sua pellicola d’esordio Little Odessa, 1994, a Martin Scorsese, James Gray – cresciuto nel Queens newyorkese, da sempre al centro dei suoi film insieme a Brooklyn -, dopo i primi quattro lungometraggi dal budget contenuto e dalle vicende intime e relativamente circoscritte a pochi individui, punta a realizzare il suo “personale” Gangs of New York con The Immigrant, presentato nelle sale italiane con il titolo dagli evidenti rimandi leoniani di C’era una volta a New York.

Ellis Island, 1920. Una giovane donna polacca, Ewa (Marion Cotillard), giunge insieme alla sorella Magda ai controlli dell’Ufficio Immigrazione dopo la lunga traversata dell’Atlantico. Magda, malata di tubercolosi, viene messa in quarantena, mentre Ewa, sola e spaesata, finisce per essere avviata alla prostituzione dall’affascinante Bruno (Joaquim Phoenix). Quando ormai sembra perduta ogni speranza di ricongiungersi con la sorella e di tornare libera, Ewa intravede in Orlando (Jeremy Renner), l’esuberante mago cugino di Bruno, l’unica possibilità per sfuggire alla sua condizione.

Gray, autore della sceneggiatura insieme a Ric Menello, ha raccontato come l’idea del film provenga direttamente dalle memorie della sua famiglia di origini ebreo-russe. Il nonno del regista, giunto nel 1923 a Ellis Island da Ostropol (attuale Ucraina), lasciò al nipote un’eredità particolare: centinaia di fotografie della New York dell’epoca, istantanee che, unitamente ai racconti del bisnonno materno (gestore di un ristorante nel Lower East Side ai primi del Novecento), hanno rappresentato il punto di partenza per The Immigrant. Coadiuvato dal direttore della fotografia Darius Khondji (“regista” delle luci anche in Amour di Michael Haneke), che ha tratto forte ispirazione dai dipinti realisti della New York di inizio Novecento opera di George Bellows, Everett Shinn e più in generale dai pittori vicini alla Scuola di Ashcan, Gray realizza una lussuosa opera di rievocazione storica che nelle intenzioni doveva rappresentare la definitiva affermazione come grande figura d’autore. A giudicare dalle reazioni suscitate dopo la sua presentazione a Cannes 2013 e in seguito alla distribuzione nelle sale, il risultato sembrerebbe raggiunto solo in parte. A spiazzare maggiormente la critica, il fatto che il film non rappresenta esattamente un affresco memorabile sulle vicende dell’immigrazione negli Stati Uniti e sulle dinamiche personali di una donna (animata dalla ferrea volontà di salvare la sorella dalla malattia e di essere felice – quale sogno più “americano” della felicità?) che, una volta precipitata nella macchina dello sfruttamento, fa innamorare di sé il proprio aguzzino.

Infatti, The Immigrant s’incentra maggiormente e più significativamente sul rapporto tra i due cugini Bruno e Orlando. È questo, in fondo, il vero fulcro tensivo dell’opera di Gray che, al pari de I padroni della notte, è anche e soprattutto una riflessione sui legami famigliari, sullo scontro tra individualità forti e spesso irrisolte, che trova in momenti drammatici e non di rado enfaticamente trattati dal punto di vista delle scelte stilistiche il climax dell’intero film (in The Immigrant rimandiamo alla sequenza in cui Orlando spinge Ewa sul palco durante un suo spettacolo, con la reazione di Bruno agli sberleffi del pubblico e a quella dello scontro fisico tra i due cugini, passaggio realizzato mediante filtri fotografici lievemente deformanti). Nel cinema di Gray la famiglia è al contempo salvataggio (qui Ewa nei confronti della sorella) e dannazione. Ma per la prima volta il regista inserisce un elemento nuovo: attratto dalla sua vittima, Bruno perde progressivamente la sua forza, perché snaturandosi si perde in un mondo, quello del sentimento e dell’amore, di cui non conosce minimamente le coordinate. Giunto alla quarta collaborazione con il regista, rispetto alle precedenti prestazioni (fatta eccezione per Two Lovers, 2000, film interamente giocato su toni dimessi) Joaquim Phoenix lavora di sottrazione, rendendo il suo mimetismo più efficace che in altre prove.

Quale che sia il giudizio definitivo dello spettatore o del critico, The Immigrant possiede comunque un primato: è il primo film a essere ambientato nella vera struttura di Ellis Island. Non vi erano riusciti neanche Elia Kazan per Il ribelle dell’Anatolia e Francis Ford Coppola per Il Padrino – Parte II

 

C'era una volta a New York (The Immigrant), regia di James Gray, USA 2013, 120'.