THE WOLF OF WALL STREET

Pietro Bianchi

Consapevole dell'irrappresentabilità del capitalismo, Scorsese ne mette in scena l'effetto "anestetico", incarnato dal protagonista: non un romanzo di formazione quindi, ma solo la voracità di un corpo pulsionale.

A PROPOSITO DI DAVIS

Gabriele Gimmelli

Dietro il tono insospettabilmente empatico, i Coen scrivono un altro spietato capitolo della loro tragicommedia umana. La discesa agli inferi della mediocrità di un Barton Fink con la chitarra a tracolla.

FRANCES HA

Francesca Monti

Tra echi cinefili e cultura hipster, la coppia Baumbach-Gerwig disegna, attraverso le preoccupazioni quotidiane di un'aspirante ballerina ventisettenne, il disincantato "bildungsroman" di un'intera generazione.

12 ANNI SCHIAVO

Federico Pedroni

McQueen narcotizza la barbarie della schiavitù, rendendola sopportabile e digeribile tramite una messa in scena ipercontrollata, accontentandosi di suscitare l'indignazione di circostanza del pubblico liberal (e bianco).

SNOWPIERCER

Emanuele Sacchi

Un blockbuster intimamente meta-cinematografico, che fa dell'eterogeneità e dei propri difetti un punto di forza. Un'arca di Noè di stili, in cui si compie una sintesi unica della poetica della distopia.

LEI

Lorenzo Pedrazzi

Spike Jonze trasforma una vicenda romantico-distopica in un'allegoria dell'individuo contemporaneo, in precario equilibrio fra solipsismo e alienazione, alla costante ricerca di calore umano.

E AGORA, LEMBRA-ME

Giuseppe Paternò di Raddusa

Il diario filmato di un anno passato tra aeroporti e ospedali. Un "quaderno esperienziale" che affastella immagini e situazioni in modo inaudito e sfrontato: cinema senza sconti, vissuto allo stato puro.

COMPUTER CHESS

Giuseppe Canonico

Il “padrino del mumblecore” mette in scena la corsa del tecnoutopismo anni '80 verso un mondo paranoico e mistificatorio, nel quale “i giochi sono fatti” e nemmeno la fuga appare un'alternativa possibile.

UPSTREAM COLOR

Edoardo Becattini

L'opera seconda dell'autarchico Shane Carruth è un film ricco e complesso che unisce il cinema di genere alla meditazione sul rapporto fra uomo e natura. Un equilibrio miracoloso che rimanda a Tarkovskij e Malick.

C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Claudio Di Minno

Gray realizza un'opera che, dietro l'affresco storico sull’immigrazione negli USA, trova l'autentico fulcro tensivo nella descrizione dei legami famigliari e nello scontro tra individualità forti e irrisolte.