Ogni cosa è illuminata allo sguardo dell’eterea madre di Jack. Come già per quella del soldato Witt, con l’immortalità negli occhi che il figlio spera di ritrovare nella giungla stuprata dal piombo e dal fuoco di Guadalcanal. Come già la Principessa, salvifica amante per l’esploratore John Smith, da lui ferita e perduta e alla fine destinata a ritrovare la pace proprio nella maternità. E The New World, sicuramente il film più sottovalutato di Terrence Malick, contiene in nuce tutta la dinamica tra i genitori di Jack, con l’indigena cui sembra bastare l’Essere nel mondo e l’ambizioso colono che preferisce sognare nuove conquiste di gloria. E soltanto quando l’uomo si rende conto di non saper vedere la Gloria dell’universo, torna scorato dalla donna che ha perso, così come il padre di Jack, abbagliato dal proprio successo personale, non vede il tocco divino se non quando è troppo tardi per rimarginare il rapporto con il figlio. Jack riesce a raggiungere il successo mancato dal genitore, ma non sa che farsene finché non saprà accettare a sua volta il mistero di una grandezza superiore.

Per The Tree of Life si è parlato, a vanvera, d’immaginario da National Geographic e di New Age, come se la bellezza dovesse coincidere con la patina e la spiritualità con facili consolazioni. Piuttosto l’intensa ricerca formale dell’opera quinta di Malick è attraversata da un vero fiume di dolore, elaborazione di un lutto che si fa cosmico e ricerca – sulle orme di Giobbe – della mano di Dio che toglie. Persino quando sottrae ogni cosa e schianta una meteora sulla Terra stravolgendo per sempre il cammino dell’evoluzione, cancellando dinosauri che – forse per la prima volta al cinema – non sono mostri ma semplicemente esseri viventi. Era da 2001: Odissea nello spazio che non si tentava con tale potenza di mezzi, anche tecnologici, di inscenare il rapporto tra tutte le cose, macro e microscopiche (queste ultime assenti in Kubrick), dall’inizio alla fine dei tempi. Se già la lussureggiante giungla era indifferente alle domande dei soldati di La sottile linea rossa, ancora più distante appare il cosmo di fronte alle interrogazioni filosofiche dei protagonisti di The Tree of Life. La musica delle sfere coincide però con vari requiem, dunque compatisce e del resto c’è sempre stata la morte nel cammino dei personaggi di Malick, a partire dal giovane serial killer Kit, desideroso di lasciare un segno, di fare qualcosa dotato di senso al punto da disseminare cadaveri. Già ai tempi di Badlands (La rabbia giovane) era Holly, cresciuta senza una madre, ad accompagnare il trapasso dell’amico di Kit, ucciso per un sospetto mai confermato. Ne I giorni del cielo, dopo tanti sogni di grandezza maschili sfociati nella tragedia, Abby cerca espiazione nell’accudire i feriti di guerra. Come farà il soldato Witt, declassato a barelliere e anima bella che poggia la borraccia sulle labbra dei morenti, e allo stesso modo la Principessa si riprenderà dal proprio strazio offrendo acqua a un uomo alla gogna, così come la signora O’Brien ne porgerà a un criminale arrestato dalla polizia. E intorno a tutti loro la tragedia colpisce impietosa, in conflitti sconsiderati tra uomini, ma pure in quei ragazzini del quartiere, uno annegato nel fiume e l’altro ustionato da un incendio. La Principessa e la madre di Jack imparano a superare le proprie ferite, riprendono a crescere come alberi, verso il cielo, o a riaprire le mani rivolte alla luce, come girasoli. Del resto la signora O’Brien è stata una bambina che accarezzava placidi bovini, come la Principessa aveva insegnato a suo figlio. Entrambe figure prossime alla santità, capaci di accettare con la Grazia le umiliazioni della Natura, anime che (non diversamente dagli Uomini di Dio di Xavier Beauvois) continuano ad accogliere un amore universale, nonostante i rovesci di un destino crudele. Così come perdona il fratello di Jack, da lui ferito, così come la Principessa accetta di rivedere John Smith.

Al quinto film, la tentazione del Male e la vittoria del Bene sono racchiuse in una piccolissima vicenda di formazione, non più un grande racconto dall’ampio respiro narrativo, ma un nucleo originale, minimo, e perciò ancor più esemplare e in grado di riflettersi ovunque, come la genesi della vita replica quella dell’universo. Malick non attende che l’uomo trascenda in un feto spaziale: abbiamo già in noi la scintilla per abbracciare la Gloria del creato. La testimonianza di fede di The Tree of Life non è allora solo nel divino, ma soprattutto nell’uomo e nella sua capacità di amare. Che tutto questo passi attraverso l’immagine in movimento, e sia dunque un atto di fede nelle capacità del cinema stesso qui elevato a vera arte totale e sinfonica, appare persino secondario e incidentale, soprattutto allorché la critica battibecca sul sesso degli angeli mentre scruta la punta dell’iceberg. The Tree of Life ci chiede, quasi ci implora, con magnificenza estetica e nuda sincerità, di gettare le nostre maschere per guardare oltre lo schermo e verso la luce.


The Tree of Life, regia di Terrence Malick, Usa 2011, 138’