Il cambiamento genera disagio, il disagio genera paura, e la paura conduce a conclusioni affrettate e irrazionali. Gran parte delle conclusioni cui è giunto il dibattito sull’evoluzione della critica cinematografica ai tempi di Internet è figlia di questo disagio e manifesta l’irrazionalità sintomatica della paura. A gran parte della critica odierna, specie italiana, interessa poco ragionare sui cambiamenti in atto: il confronto avviene ancora su un terreno obsoleto quanto le argomentazioni chiamate in causa.
Appellarsi alla morte del cinema equivale appellarsi alla morte della critica, poiché non si dà l’una senza l’altro, e non fa altro che propagandare un equivoco di lunga data: che, come sosteneva Sartre, i critici siano custodi di cimiteri. Nella sua mutevolezza, il cinema è in continuo divenire e, come qualunque altro organismo, prolifera dove le condizioni sono favorevoli al suo sviluppo, vive dove gli si permette di sopravvivere. Se può essere accettabile la pigrizia intellettuale dimostrata da una schiera di professionisti invecchiata sulle pagine dei quotidiani, lo è certamente di meno quella ostentata da nuove generazioni che non hanno la forza di rinnegare i propri padri (perché non li [ri]conoscono) né di combattere contro lo svilimento di una professione (perché gli è stata lasciata in eredità l’idea errata che il terreno di scontro sia quello imposto dall’industria).

Che l’avvento di Internet abbia rivoluzionato la fruizione cinematografica è fuori dubbio; e che il futuro del cinema sia strettamente legato all’evoluzione di Internet è altrettanto evidente. Affrontare coscientemente gli effetti di questa rivoluzione significa mettere da parte nostalgie e preoccupazioni e accettare come ineludibili alcuni dati di fatto:

1)    che un certo tipo di critica non ha più necessità di esistere perché è venuto a mancare il ruolo di mediazione richiesto tra un certo tipo di produzione cinematografica e un certo tipo di pubblico;
2)    che la carta stampata non è più il luogo d’elezione per la circolazione delle idee e della riflessione critica intorno al cinema ed è stata soppiantata da nuove forme di comunicazione e diffusione proprie del web;
3)    che tuttavia esiste un luogo in cui è lecito e più che mai necessario esercitare la critica cinematografica e che esiste ancora un oggetto filmico che chiama in causa la critica cinematografica e i suoi strumenti.

Riconoscere quei luoghi e quegli oggetti deve essere il compito primario di chiunque voglia confrontarsi con la critica cinematografica oggi e negli anni a venire.

1. Cronaca di una sparizione annunciata: il critico e il suo doppio.

Tra gli addetti ai lavori che, per obbligo o volontà, si impegnano a seguire settimanalmente la distribuzione dei film nelle sale italiane circola da tempo una convinzione: che sia possibile recensire gran parte delle uscite senza vederle, magari limitandosi a dare un’occhiata al trailer.
C’è chi si limita a sostenerlo, svolgendo poi diligentemente il proprio lavoro, e chi lo fa davvero, astenendosi dalle “perdite di tempo”. E tutto sommato non gliene si può fare una colpa. Scrivere di un film (ma lo stesso discorso potrebbe riguardare la produzione letteraria e musicale) senza averlo visto è una pratica antiquata. Ciò che è relativamente nuovo è il margine sempre più ristretto di errore concesso da questa pratica, coadiuvata dalla possibilità di consultare in tempo reale i pareri altrui (la rassegna stampa internazionale fornita da imdb.com, ad esempio).
Chi procede in questo senso lo fa appellandosi a due ragioni: da una parte l’estrema codificazione e l’incapacità congenita di tradire le attese propria del cinema mainstream (ovvero l’80% dei film distribuiti nelle sale italiane); dall’altra l’idea che ai lettori non interessa più il parere del critico, relegato sui quotidiani a trafiletti sempre più concisi e possibilmente supportato dall’immediatezza censoria di stellette e pallini.

Ma il discorso non è limitato esclusivamente ai quotidiani: si continuano a recensire mensilmente tutti i film in sala sia sulle riviste di divulgazione (Film Tv, Ciak, Best Movie) che su quelle specializzate (Segnocinema, Cineforum, Duellanti), e lo fa anche una rivista internazionale come Sight & Sound, dedicando ad essi metà delle sue pagine.
Chi legge queste recensioni? Non rappresentano forse la parte meno interessante delle pubblicazioni che le ospitano, considerando per di più che, in gran parte dei casi, le recensioni vengono pubblicate con estremo ritardo rispetto all’uscita in sala dei film trattati e la scelta di non trascurare l’attualità non può più ritenersi tale?
Questa è la verità: le sezioni relative alle recensioni dei film in sala stanno diventando ovunque delle inutili appendici, tenute in vita solo dalla pigrizia creativa di direttori e redattori che si adeguano a schemi preesistenti. Persa la funzionalità primaria della forma recensione (indirizzare il gusto del pubblico e consigliare una visione piuttosto che un’altra) e constatata l’intercambiabilità dei giudizi e, in taluni casi, persino delle firme perché non scegliere di fare una cernita per trovare lo spazio di occuparsi d’altro?
Lo sosteneva già Gilles Deleuze nel 1986, in una lettera scritta a Daney per l’introduzione alla raccolta Ciné Journal: “C’è un cinema che non ha alcun bisogno della critica per riempire, non soltanto le sale, ma l’insieme delle sue funzioni sociali. Se la critica ha un senso, è quindi nella misura in cui un film presenta un supplemento, una sorta di scarto con un pubblico ancora virtuale, tanto che bisogna guadagnare tempo e conservarne le tracce aspettando. Senza dubbio questa nozione di supplemento non è semplice […], è veramente la funzione estetica del film, precaria, ma isolabile in certi casi e in certe condizioni, un po’ d’arte e di pensiero”.

In un articolo intitolato “Everyone’s a Critic Now” uscito sul Guardian (e pubblicato anche da Internazionale con il titolo “I critici inutili” sul n. 887 del 7 marzo 2011), Neal Gabler sostiene che negli Stati Uniti tutti hanno elogiato The Social Network di David Fincher come miglior film dell’anno, così come in ambito letterario si è decretata all’unisono la supremazia di Jonathan Franzen con Libertà. Il film di Fincher è stato eletto il migliore del 2010 anche da Sight & Sound ed era al secondo posto nel poll dei critici istituito da Film Comment (ma era il primo in quello dei lettori): tutto questo rafforza l’opinione di Gabler secondo cui la critica è ormai pienamente allineata al sistema produttivo, seguendo un procedimento in atto da tempo: “La cultura americana si è sempre fondata su una consapevole resistenza alle élite culturali […] e uno dei suoi più grandi trionfi è stata la graduale scomparsa della rigida distinzione tra cultura alta e bassa, una riconciliazione mostrata chiaramente in Fantasia, quando il direttore d’orchestra Leopold Stokowski stringe la mano a Topolino. Questa scena mostra anche un’altra cosa: di fronte al crescente potere della cultura popolare, nemmeno i professionisti della cultura alta volevano ritrovarsi dal lato sbagliato della frontiera”.
Nel momento in cui si elegge come massima espressione dell’arte cinematografica il film di Fincher e non O estranho caso de Angélica di de Oliveira o Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul, e un film come Boxing Gym di Wiseman figura solo 26esimo in graduatoria dopo Io sono l’amore di Guadagnino e Black Swan di Aronofsky è lecito farsi domande sul senso di tali elenchi. Il coincidere delle opinioni di pubblico e critica giustifica allora il vecchio adagio secondo cui “non abbiamo bisogno di critici professionisti perché ciò che cerca la gente lo può trovare gratuitamente in rete”, un’affermazione che non riguarda le testate divulgative (o sarebbe più lecito definirle vetrine pubblicitarie?) di cinema online come mymovies.it e nemmeno i blog che proliferano in rete.

Finita l’epoca in cui la guerra era tra critica online e cartacea, per Gabler, oggi, ad esautorare i critici di professione non sono i blogger ma il passaparola dei social network  che rendono inutili tanto i commenti di chi pubblica le proprie opinioni sul web quanto di chi scrive sulla carta stampata. Il progressivo sminuirsi del dibattito culturale in campo cinematografico – quantomeno nel dialogo tra critica e pubblico – sembra aver raggiunto il suo ultimo stadio: quello in cui il lettore prende il posto del critico. Ma in gioco c’è la perdita della sua identità – ma si potrebbe anche parlare di scambio di identità: se nessuno legge il critico, o se qualcun altro prende il suo posto, chi è il critico e a chi parla?

2. Parla con me: io sono leggenda.

È un dato di fatto che i lettori delle riviste italiane specializzate oggi sono in gran parte i critici stessi ma è un assunto che si fa ancora fatica ad accettare. Da qui molte delle confusioni in atto. Se si riconoscesse definitivamente che ci si legge solo tra critici o aspiranti tali sarebbe tutto molto più semplice e, anziché dare la copertina e il relativo approfondimento a The Killer Inside Me di Winterbottom o a The Social Network, si penserebbe piuttosto di porre l’attenzione su Another Year di Mike Leigh o Carlos di Assayas.
È ormai norma sovrastimare opere all’interno di un contesto al ribasso: le riviste specializzate del nostro Paese, comprese quelle che ancora conservano una suddivisione tra film da trattare in maniera approfondita rispetto ad altri, scelgono come unico campo di indagine l’attualità cinematografica e ne utilizzano lo standard qualitativo come metro di paragone. Non si dovrebbe invece misurare l’oggetto film su una scala di valore che prescinda dall’attualità in sala, per di più nazionale? Per fare un esempio: siamo davvero sicuri che sia valsa la pena spendere così tante parole di analisi per L’uomo che verrà di Giorgio Diritti e non si sia trattato piuttosto di un atto mosso dal senso di colpa per aver trascurato il precedente Il vento fa il suo giro (che ha trovato il favore del pubblico grazie a un singolo esercente – Sancassani del cinema Mexico di Milano – che ha scommesso sul film, compiendo una vera operazione critica)?
Come se non bastasse, tale ristrettezza di sguardo spinge a trascurare settori interi della produzione come quello documentario che – anche solo per prendere in esame la produzione nazionale recente – si sono dimostrati molto più prolifici e innovatori, fucine di nuovi linguaggi e nuovi autori. Film come A scuola di Leonardo di Costanzo, Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi e Bibione Bye Bye One di Alessandro Rossetto all’epoca della loro distribuzione non hanno trovato spazio adeguato all’interno di queste pubblicazioni, intente a perlustrare contemporaneamente gli scadenti risultati nel campo della finzione nazionale (salvo poi riscoprire in ritardo di anni gli stessi autori, se non l’intero genere).

Stando alle considerazioni fatte da un nutrito gruppo di critici sulle pagine di cineaste.com all’interno di una tavola rotonda su “La critica cinematografica all’epoca di Internet” il problema non è solo italiano e secondo Richard Shickel, una delle firme storiche del Time, riguarda tanto il critico della carta stampata (in particolare il quotidianista) quanto il blogger, perché entrambi mancano di vedere i film che contano: “La miglior critica oggi si sviluppa intorno a film che interessano una minoranza molto ristretta di lettori. La maggior parte della gente che va al cinema vuole sapere soltanto quando uscirà il nuovo, potenziale blockbuster nei cinema della loro città e non ha alcun interesse a sapere che quegli stessi film scontentano le poche sensibilità critiche rimaste con un desiderio – una necessità – nei confronti dell’arte. La verità è che il giudizio critico riguardo i film mainstream non è in grado di intaccare l’unica cosa che conta: gli incassi dei film sui quali i grandi studios hanno investito centinaia di milioni di dollari. E questo trova il benestare di buona parte degli editori di riviste e giornali che hanno tollerato la critica finché faceva i loro interessi senza mai farsela piacere veramente e condividendo con i propri lettori il dubbio riguardo il diritto dei critici di esprimere opinioni basate sulla propria riflessione intellettuale e non sul gradimento delle masse”.

Flashback: “Non vogliamo altri mondi, vogliamo specchi”. Una questione di stile.

Non più di cinque anni fa sembrava che l’autorità del critico di professione stesse ricevendo un duro colpo dal seguito crescente di cinefili dell’ultim’ora con il loro blog in rete. Si diceva che i “giovani critici” portavano una ventata di aria fresca all’interno di un settore asfittico e ripiegato su se stesso ma, oggi, si può affermare tranquillamente che i bloggers non hanno mai messo in discussione l’autorevolezza dei critici di professione: si è trattato solo di un ulteriore passo in avanti (o indietro, a seconda dei punti di vista) del “populismo critico”.
Il fioccare dei blog d’ambito cinematografico va semplicemente inquadrato all’interno del più ampio sentore di crisi di una professione e letto come reazione all’incapacità da parte della critica di agire sui gusti della popolazione e alla sensazione di perdita di interlocutori: il web offre uno spazio nuovo e teoricamente libero in cui far sentire la propria voce e la possibilità di recuperare il contatto perduto con i lettori si manifesta in maniera concreta – e, con l’avvento di facebook, in maniera sempre più succinta.

Ma Internet non ha dato vita a una nuova forma di critica, piuttosto a nuovi modi di trasmissione e a un diverso utilizzo del linguaggio. Secondo Andrew Tracy, uno dei fondatori del sito cinemascope.com, “i cambiamenti legati all’avvento di Internet sono più legati a questioni di metodo che di contenuto. […] A essere radicalmente mutata è la maniera in cui si combattono le battaglie critiche, ora caratterizzate da un grado di informalità molto più elevato che conduce, di conseguenza, a un declino della pratica della critica cinematografica in quanto arte letteraria e, essenzialmente, solitaria. […] La potenzialità di responso immediato offerto da Internet ha fatto sì che queste conversazioni/discussioni/scontri fossero portati avanti in tempo reale e, allo stesso tempo, ha personalizzato il discorso sul cinema a un livello di enorme disagio, sconnettendolo da qualunque modello letterario e gettandolo in pasto all’irrazionalità maligna e meschina propria del linguaggio quotidiano. […] ‘Non vogliamo altri mondi, vogliamo specchi’ diceva Stanislav Lem (via Tarkovskij) e il Nuovo Solipsimo della Rete – un mondo di milioni di nicchie, dove le fissazioni individuali vengono esibite in maniera talmente narcisistica in quanto distintivi di autenticità – ha trasformato il navigare tra i blog di cinema a un percorso patologico: alla redazione di un diario pubblico in forma di discorso cinematografico. Paradossalmente, è questo che la critica online ha contribuito a degradare, o forse ha solo contribuito ad accelerare un degrado già in atto sulla carta stampata. La scrittura sciatta e l’autocompiacimento ha infestato la critica stampata ben prima dell’avvento di Internet e la stampa ha già dato il suo contributo verso lo svilimento della tradizione critica, poi alimentato da Internet grazie a una relativa assenza di imperativi commerciali”.

L’assenza di imperativi commerciali, dunque, permette una maggiore libertà ma contribuisce a un degrado stilistico e argomentativo e i social network come Facebook hanno portato all’estremo la necessità di condividere nell’immediato il proprio entusiasmo o il proprio spregio per un film. “È la realizzazione dell’“estasi della comunicazione” teorizzata da Baudrillard” sostiene Kent Jones di Film Comment, “la soddisfazione immediata dell’impulso a comunicare. […] Questo solleva importanti quesiti riguardo lo scrivere. Che cos’è scrivere? Scrivere è riscrivere, strutturare, argomentare, rifinire. C’è qualche differenza tra scrivere e fare critica? Ovviamente no”. Secondo Robert Koehler di Variety “la debolezza principale dei blogger è legata alla loro dieta cinematografica, talmente ristretta e codificata che i loro scritti evidenziano in maniera evidente una scarsissima conoscenza (o uno scarsissimo interesse) delle tendenze che investono il cinema a livello internazionale. In questo senso non sono diversi dai critici della carta stampata che non si occupano di altro che i blockbuster americani. Poiché non possiedono la capacità di storicizzare e le loro parole risuonano all’interno di una camera di riverberazione popolata da altri bloggers e lettori che condividono la medesima visuale ristretta, la loro scrittura non è sottoposta a dinamiche di espansione, riflessione o rivoluzione interna, tutte forme necessarie a una pratica critica vitale” (“mancando loro una conoscenza adeguata della storia del cinema, stanno alla critica come Diablo Cody sta alla sceneggiatura” ha detto Andrew Grant di filmbrain.com).

L’immagine del blogger cinematografico è stata macchiata fin dagli esordi dall’ascesa di Harry Knowles, il cui sito Ain’t It Cool News fece sensazione sul web grazie a legioni di fan che sposarono il tipo di discorso basato sul “è figo/fa schifo” che caratterizzava il sito e tale impostazione ha finito per essere vincente nell’appiattimento generale. Nell’epoca della critica semaforica, il lettore è in cerca di un responso immediato, frutto di un giudizio bipolare (positivo/nagativo): non gli interessa l’approfondimento interpretativo-argomentativo, vuole solo sapere se deve o meno vedere un film o, peggio, trovare conferma, alla sua volontà di vedere un film. Solo ammettendo l’inutilità di un confronto critico con un cinema che non lo richiede più si può cominciare a (ri)identificare (nel senso di fornire un’identità) se stessi in quanto critici e il proprio ruolo.

3. Tutto ciò che è solido si dissolve nell’Ethernet.

Colpita al fianco da più parti, la critica “ufficiale” non è stata in grado di cogliere i repentini mutamenti in atto imposti dal web, sia in termini di produzione dei testi che in rapporto alla diffusione e fruizione cinematografica. In Italia molti sono convinti del fatto che la critica online rappresenti l’ultima spiaggia di un mestiere in declino e non si preoccupano di esaminare il panorama sconfinato offerto dal web. L’affanno, dunque, è dovuto all’essere perennemente in ritardo sul moltiplicarsi di canali distributivi che rendono idealmente visibili a tutti autori geograficamente e produttivamente lontani. Il senso di spaesamento deriva, oltre che dalla perdita di interlocutori, anche dal non avere più un campo di indagine stabilito: sottoposto alle miriadi di sollecitazioni esterne, trasmesse a una velocità decuplicata rispetto al passato, il critico, asserragliato nella sua torre, finge di non sentire le esplosioni.

Sorprende scoprire che, persino tra gli addetti ai lavori, realtà come MUBI e Festival Scope siano poco note. La prima è una piattaforma VoD che innesta la possibilità di vedere in streaming film di spesso difficile (se non impossibile) reperibilità sul classico impianto da social network in cui ciascuno può personalizzare la propria pagina indicando preferenze e gusti e commentando i film che vede; la seconda permette di visionare le programmazioni dei festival in tempo quasi reale, garantendo a giornalisti e critici l’accesso alle sezioni più interessanti di una quarantina di festival, da Cannes a Venezia, passando per il Cinéma du Réel, il FID di Marsiglia, Indie Lisboa, Viennale, etc.

Ciò non significa che in futuro si andrà ai festival restando a casa e guardando i film in concorso sul proprio laptop ma che si garantisce una vita un po’ più lunga ad alcuni film, marginalizzati e destinati spesso e volentieri all’oblio dopo il passaggio festivaliero. O che, con meno di 15 euro al mese, grazie a MUBI si può accedere alla filmografia completa di Agnès Varda, Lech Majewski e Pere Portabella, ai film sperimentali di Ken Jacobs e Peter Tscherkassky e a corti d’autore di tutto il mondo. Visto che le cineteche italiane preferiscono riproporre all’infinito i film di Bergman e Bunuel e rifiutano di ospitare una rassegna su Wang Bing o su Pedro Costa, è più facile che 100 persone vedano la Cinemascope Trilogy di Tscherkassky o Star Spangled to Death di Jacobs grazie a un singolo link postato su Facebook.
Tutto sarà più chiaro quando l’industria smetterà di considerare il Web come il nemico numero uno e comincerà a sfruttarne a pieno le potenzialità di diffusione. Nel momento in cui Netflix, la più grande piattaforma mondiale di streaming e noleggio online di dvd con oltre 20 milioni di abbonati, si può permettere di sfidare i canali via cavo producendo i 26 episodi di House of Cards, una serie tv diretta da David Fincher, qualcosa è evidentemente cambiato.

Flashforward: Il critico che verrà, il vagabondo delle stelle.

Bisogna prendere atto che l’home-video, anche nel supporto digitale, non è più il principale veicolo di diffusione cinematografica. Chiudono le catene di Blockbuster, i dvd diverranno presto oggetti da collezione e i blu-ray non hanno mai venduto. Bisogna abbandonare una volta per tutte il ristretto ambito nazionale: la nuova cineflilia è globalizzata. Bisogna accettare che alcuni dei migliori critici al mondo scrivano solo in rete e che alcuni dei testi più importanti prodotti in quest’ambito non saranno mai disponibili in forma stampata. Bisogna smettere di pensare che c’è stata un’età dell’oro della critica cinematografica solo perché la cerchia dei nomi di riferimento era più ristretta e le teorie più univocamente discusse e definite.
“Se, in qualità di critico, dovessi scegliere tra l’epoca dei Kael, Sarris e Bazin e la nostra, caratterizzata da migliaia di punti di vista” ha detto Robert Koehler “non esiterei un’istante a propendere per quest’ultima. Si tratta di un ambiente molto più avventuroso e creativo, con un accesso al cinema molto più ampio rispetto al passato. Preferisco vivere una temperie in cui esistono critici come Olaf Moller, Francisco Ferreira, Jonathan Rosenbaum, Quintin, Kent Jones, Diego Lerer, Jim Hoberman, Richard Brody e Christoph Huber e quelli che chiamo “programmatori critici” come James Quandt, Berenice Reynaud, Nicole Brenez, Javier Porta Fouz, Mark Peranson e Thom Anderson, e in cui vedo costantemente emergere nuovi giovani critici da Toronto a Manila, in grado di conversare su Ford e Lav Diaz allo stesso tempo (e capaci di vedere le connessioni tra i due)”.

È alla produzione scritta online che dobbiamo guardare se desideriamo esplorare il cinema di Jia Zhang-ke, Raya Martin, Brillante Mendoza, Sharon Lockart, Miguel Gomez, Eugène Green. È a siti come Senses of Cinema, Cinemascope e a blog come quelli di Jonathan Rosenbaum che dobbiamo rivolgerci per leggere le analisi più interessanti sul cinema contemporaneo e le sue evoluzioni. E se uno studioso come Rosenbaum accetta di pubblicare sul nostro sito, fondato da due persone a lui sconosciute, una delle sue riflessioni più acute sulle trasformazioni in atto in campo critico forse vale la pena domandarsi: su quali basi possiamo affermare che, oggi, la pubblicazione di uno studio su una rivista cartacea dà più lustro ed ha più facoltà di raggiungere i propri destinatari rispetto a una sua diffusione in rete?

E, in ogni caso, come sostiene Adrian Martin, fondatore di Rouge, “scrivere di cinema e farsi pubblicare i propri scritti non è mai stata un’attività remunerativa, piuttosto una vocazione privata, spesso sostenuta da altri impieghi o da sovvenzioni occasionali. Questa è la vera storia della critica cinematografica, in tutta la sua gloriosa spinta amatoriale”.
Tutto è cambiato, dunque, ma forse niente è davvero cambiato. Ci sentiamo più soli ma non lo siamo: siamo in tanti, più di quanti siamo mai stati, e siamo ovunque.
Tutto ciò che era solido si è dissolto, per prendere una nuova forma.