The Master è un film contraddittorio, maestoso eppure trattenuto, massimalista eppure intimista. E non potrebbe essere altrimenti per un’opera che cerca di restituire le profondità della mente umana attraverso l’unica realtà rappresentabile, e cioè il corpo umano nella sua impenetrabilità. Ci si chiede perché Anderson abbia scelto il 70mm, dal momento che il suo film è quasi tutto girato in interni e soprattutto è basato su uno scontro attoriale che vive i momenti migliori in corpi a corpi ravvicinati, in campi e controcampi così stretti da non lasciare nulla ai bordi dell’inquadratura. 
 
Anderson non è certo uno sprovveduto, e come Minnelli usava il formato panoramico per i melodrammi familiari, trasformando case borghesi anni cinquanta in praterie di solitudini e di soffitti soffocanti, decide di sfruttare il 70mm non per allargarsi, ma per andare in profondità, per scavare nelle teste dei personaggi e scoprire che oltre una certa soglia, che è quella definita da ciascun individuo, né la religione né tantomeno il cinema possono spingersi. Così facendo, a partire da un presupposto simile a quello del cinema di Malick, The Master trova lo scacco del cinema e, dunque, in una palingenesi pessimista ma necessaria, la sua essenza, di fronte a porte della percezione sbarrate e risuonanti di un vuoto infinito.
Nel tentativo di The Master di scavare nella mente ed aprirsi un varco nella sua naturale follia, dentro un buco nero creato nel secolo scorso dalla guerra e dalla paranoia nucleare e nella storia dell’umanità dall’idea che il passato sia l’origine di tutto, del male, del dolore e dell’ipnosi collettiva che ci affligge, il film realizza una trascendenza dell’immagine e del cinema stesso che nessun stile visionario ed espressionista potrebbe realizzare. 
 
Qui c’è qualcosa di modernissimo e inatteso, c’è un regista più complesso e respingente di quanto vorremmo, non più l’Altman contemporaneo e nemmeno il nuovo Scorsese appassionato e appassionate, ma un regista che ha scelto di distillare cinema classico nella sua essenza più neutra, con corpi vuoti e volti rigidi, colori cupi e controcampi senza un’evidente impronta stilistica. C’è, soprattutto e finalmente, la presa di coscienza dell’impotenza dell’immagine di fronte al vuoto del pensiero e dell’irrazionale.
 
Perché The Master è un film sulla follia come sguardo sulla realtà e sulla follia come risultato del nulla che genera il male e la sua banalità. Nonostante i sogni del misticun o del titolo (quello che dicono essere ispirato al fondatore di Scientology), al fondo di ogni uomo non ci sono milioni di anni, ricordi traumatici o addirittura vite precedenti, ma un eterno presente mosso da bisogni corporei e materiali. C’è, in particolare, come contraltare dell’ambizione del santone Lancaster Dodd, un allievo, Freddie Quell, che usa le sue teorie per scopare, che non sa far altro che menare le mani, che distrugge una cella con la potenza animale dei suoi muscoli, che si fotte un manichino fatto di sabbia, che dice a tutti di essere libero, quando invece è solo vuoto, perché la sua libertà non è fatta di viaggi, di catene spezzate, di sogni in Cina come gli canta il suo maestro, ma di spazi vuoti, di un campo arato dove correre inseguito da nessuno, di un deserto dove puntare diritti verso un orizzonte sconfinato e così disperdersi nel nulla.
 
 
Nell’unico momento in cui Lancaster apre la testa malata di Freddie, Anderson trova una sequenza di cinema puro e potentissimo (ed è qui che il suo cinema prova a scavare, invece di allargarsi), una successioni di primissimi piani squarciata dai ricordi di Freddie, che forse sono la creazione fasulla di una mente rosa dal rimpianto sentimentale o semplicemente dal fallimento. Niente carrelli, niente steadycam, niente luci riflesse, niente rincorse all’inafferrabile realtà, ma una macchina a mano che si muove dolce e lenta, quasi non volesse violare l’intimità di un uomo che sarà pure ottuso e limitato, ma come tutti ha diritto all’inviolabilità dei suoi pensieri. La grandezza di The Master sta così nella rivendicazione, anche e soprattutto attraverso uno stile oggettivo privo di fronzoli e al limite dell’aridità, di un diritto sacrosanto: il diritto all’inviolabilità del proprio io, di fronte all’invasione del pensiero altrui  e, per l’appunto, del cinema stesso. 
 
Nell’incontro tra i corpi di due attori giganteschi come Philip Seymour Hoffman e Joaquim Phoenix, nel cinema che si espande solamente attraverso di essi, e non in virtù di una visionarietà a cui non ha più diritto, risiede quella che per Anderson è la sola via da percorre per sfuggire alla saturazione di immaginario a cui siamo condannati: la via di uno sguardo che suo malgrado si contrae, che suo malgrado non penetra dentro nulla, ed accetta che là dentro, dentro di noi, c’è il vuoto e soprattutto nulla da raccontare.
 
The Master, regia di Paul Thomas Anderson, Usa 2012, 137'.