Continua l'opera meritoria della Criterion che, all'interno della collana Eclipse, raccoglie in cofanetti dal prezzo contenuto percorsi inusuali nella cinematografia del secolo scorso: i documentari di Malle, i film di finzione di William Klein, la “trilogia flamenco” di Carlos Saura, gli “actuality drama” di Allan King, i noir della Nikkatsu, i primi film di Makavejev, i muti di Naruse, etc. Tra le uscite più attese degli ultimi mesi c'era senz'altro il doppio dvd contenente cinque film a firma Robert Downey Sr., uno dei talenti più misconosciuti dell'underground newyorchese. Realizzati nell'arco di un decennio, tra il 1964 e il 1975, Babo 73, Chafed Elbows, No More Excuses, Putney Swope e Two Tons of Turquoise to Taos Tonight testimoniano di un talento sovversivo e brillante come pochi altri, persino in quell'epoca fervida e incendiaria. Come parecchi contemporanei – da Bruce Conner a Robert Frank, da Shirley Clarke a John Cassavetes – anche Downey sr. si è tenuto il più possibile alla larga dai bagliori hollywoodiani, per fornire al pubblico “qualcosa di completamente diverso” dai piatti preconfezionati in arrivo dall'altra costa degli States. 

 
Boxeur e giocatore di baseball semiprofessionista, Downey ha cominciato a bazzicare il Greenwich Village intorno alla metà degli anni '50 attratto dai palcoscenici dell'off-Broadway, nelle cui file ha mosso i primi passi in veste di autore/attore. Le potenzialità espressive legate all'uso sempre più diffuso del 16mm e le esortazioni a favore di un cinema più libero e iconoclasta lanciate da Jonas Mekas sulle pagine del Village Voice, lo spingono qualche anno più tardi a tentare la strada della regia con Balls' Buff (1961), un mediometraggio che verrà successivamente inglobato in No More Escuses. Nella stralunata vicenda di un soldato della guerra di secessione che, moderno Rip Van Winkle, si ritrova improvvisamente catapultato nel Central Park del Ventesimo Secolo è possibile leggere già i sintomi di un'opera ilare e straniata, sarcastica e imprevedibile, contrassegnata da una cifra stilistica che troverà la propria identità in una sorprendente commistione di tendenze slapstick e ispirazioni beatnik, satira sociale e cinema privato. Il film circola negli ambienti underground newyorkesi e viene mostrato all'interno dei “programmi aperti” del cinema Charles che consentivano a chiunque portasse con sé la propria pellicola di vederla proiettata pubblicamente. Ed è proprio durante una di queste proiezioni che l'allampanato regista scopre uno degli attori più in voga del momento: Taylor Mead, protagonista di The Flower Thief di Ron Rice e, in seguito, di tanti film wharoliani. 
 
 
Mead vestirà gli abiti del Presidente degli “United Status” nel primo lungometraggio di Downey Sr., Babo 73, farsa squinternata in cui le riunioni di gabinetto hanno luogo in un bagno pubblico, tra le lapidi di un cimitero o sulle dune di spiagge deserte (che se ne sia ricordato Richard Lester qualche anno più tardi per l'altrettanto paradossale The Bed-Sitting Room?). Come se non bastasse, seguendo dettami evidentemente “grouchiani”, si dichiara guerra ai contraccettivi e si firmano dichiarazioni di disarmo con l'Albania. L'amatorialità delle riprese è in scia con l'onda di verismo jazz alla Cassavetes, declinato in salsa slapstick, con punte acute di surrealismo e irruzioni clownesche nel tessuto del reale: Mead e i suoi compari a un certo punto salgono davvero i gradini che portano alla Casa Bianca come se fossero in procinto di entrarvi e, poco dopo, il finto presidente si insinua in una vera parata militare provocando incredulità negli alti ranghi. Più o meno quello che succederà in No More Excuses quando il soldato dell'esercito sudista, fucile in spalla, si piazzerà accanto al lanciatore durante una partita ufficiale allo Yankee Stadium, in mezzo al campo. Un “incidente” che finirà sui quotidiani locali, come testimoniato nel film stesso. 
 
Lanciato come “un film girato nel tempo libero da un impiegato della fiera”, Babo 73 esce nel pieno della campagna elettorale del 1964. Stroncato dalla poca critica che se ne occupa ma incensato da Mekas, per il quale i primi film di Downey “valgono quanto di meglio ha fatto la nouvelle vague”. Spronato dal mentore del cinema indipendente, il regista si butta a capofitto nel progetto successivo, Chafed Elbows (1966), un successo cult immediato nonostante il budget ridotto all'osso (25 mila dollari) e la forma assai poco convenzionale. Riprendendo l'uso di stills già tentato nell'opera precedente, Downey Sr, compone una commedia dalla narrazione assurda che si serve quasi esclusivamente di immagini fisse in 35 mm per illustrare le inconcludenti peregrinazioni di un moderno Candido, Walter Dinsmore (interpretato da George Morgan). L'uomo si scopre incinto, procrea un migliaio di dollari dopo un parto cesareo, finisce per recitare in un film e ammazzare un poliziotto, non prima di aver incontrato personaggi di ogni tipo – dal pretenzioso regista Leo Realism a un annusatore di calzini. A dettare il tono della farsa è l'incipit che anticipa i titoli di testa, in cui il giovane protagonista si risveglia a letto accanto a una donna di cui solo all'ultimo verranno mostrati il volto, sdentato e imparruccato come in un John Waters andato a male, e l'identità: si tratta della madre del ragazzo che, nel più bizzarro degli happy end, finirà per sposare (interpretata dalla moglie del regista, Elsie Downing che in questo e in altri film successivi riveste – traveste? – tutti i ruoli femminili).  
 
Chafed Elbows è il film che pone Downey definitivamente sulla mappa (e, in assoluto il suo migliore), tanto da rendere più facile la ricerca dei finanziamenti per quello successivo: un guazzabuglio in 16mm composto di materiali che più eterogenei non si potrebbe. Insieme alle scombinate gesta del soldato sperduto nel futuro, ci sono inchieste sulla sessualità giovanile, uno sketch ripetuto a oltranza che mima l'uccisione del presidente Garfield nel 1881 e gli amplessi di un male assortito terzetto composto da un uomo, una donna e una scimmia. Difficile trovargli un senso: va goduto come una girandola di trovate e situazioni spiazzanti, messe in forsennata successione dal montaggio a firma del regista stesso che impedisce di tirare il fiato per 46 minuti. In contemporanea, grazie al successo riscosso dalla pellicola precedente, Downey viene assunto da una compagnia di produzione specializzata in spot televisivi. La temperie dominante fa sì che il regista possa dare libero sfogo alla sua ispirazione, ideando clip folli e irriverenti, come quello per la Preparazione H.
 
 
Sarà proprio l'esperienza maturata in questo campo a fornire il materiale per il film successivo: Putney Swope (1969). Si tratta dell'opera più compiuta ma anche più datata della cinquina, proprio perché l'estro del regista ha dato mostra di esprimersi al meglio quando riesce a sbarazzarsi di ogni restrizione contenutistica e formale per operare in piena libertà. Non che manchi la vena corrosiva che scorreva indomita nei film precedenti, tutt'altro. Basta l'assunto per capire da che parte si va a parare: quando il presidente di un'agenzia pubblicitaria muore improvvisamente d'infarto, i componenti del consiglio d'amministrazione eleggono per errore l'unico nero del gruppo, il quale si trasforma in poco tempo da indomito sostenitore delle cause civili a despota dal braccio di ferro. Apologia sulla corruzione del potere cinica e divertita, puntellata di spassosi momenti surreali (il tormentone “How many syllabes, Mario?” è diventato d'uso comune), manca di quell'anima incendiaria che caratterizza le opere precedenti, in virtù di un'adesione a canoni di messa in scena e racconto che stanno evidentemente stretti all'autore. Ciò nonostante il film fu un successo e consentì al regista di proseguire sulla stessa linea con Pound (1970), una commedia d'ambito carcerario, e Greaser's Palace (1972), “western sacrilego” (entrambi assenti dal cofanetto Criterion).
 
Meno fortunato fu il progetto di adattamento di un testo teatrale di David Rabe, Sticks and Bones (1973), su un prigioniero di guerra che fa ritorno dal Vietnam. Girato per la televisione, il film venne ritenuto poco adatto al pubblico e dopo una lunga sequela di rimandi finì per andare in onda una volta sola, a notte fonda. L'occasione parzialmente sprecata fruttò però a Downey l'incontro con il produttore illuminato Joseph Papp che si propose per sostenerlo nella sua impresa più spericolata, al fianco di amici del regista come Jack Nicholson e Hal Ashby: “un film senza inizio, centro e fine” (memore del detto di Godard, secondo il quale un film può anche averli ma non necessariamente in quest'ordine). Ne venne fuori Moment to Moment, poi rititolato Two Tons of Turquoise to Tacos Tonight (1975), un vero e proprio tour de force di stralunati episodi che riconduce al meglio della produzione del decennio precedente. Nell'alternarsi schizoide delle vignette surreali si trovano catapultati tutti i membri della famiglia, dalla moglie Elsie (ancora una volta eletta a ricoprire tutti i ruoli femminili) ai giovanissimi Allyson e Robert Jr, i due figli del regista che partecipano più o meno consapevoli della sarabanda creativa. Per il futuro attore hollywodiano si tratta del film migliore tra quelli girati dal padre, il quale verrà riportato alla ribalta da diversi autori di spicco della scena “indie” nei decenni successivi: Friedkin gli offrirà una piccola parte in Vivere e morire a Los Angeles, Paul Thomas Anderson lo vorrà sia in Boogie Nights che in Magnolia. Per J. Hoberman, uno dei massimi critici viventi, il cinema di Robert Downey Sr. costituisce il legame tra il cabaret “di cattivo gusto” degli anni '60 (alla Lenny Bruce, per intenderci) e il burlesque volgare di John Waters. Un legame che, grazie all'opera di conservazione dell'Anthology Film Archives e all'interessamento di Martin Scorsese, gode ora di rinnovata importanza. 
 
 
UP ALL NIGHT WITH ROBERT DOWNEY SR. (Criterion)
BABO 73, regia di Robert Downey Sr., USA, 1964, 56'
CHAFED ELBOWS, regia di Robert Downey Sr., USA, 1966, 58'
NO MORE EXCUSES, regia di Robert Downey Sr., USA, 1968, 46'
PUTNEY SWOPE, regia di Robert Downey Sr., USA, 1969, 85'
TWO TONS OF TURQUOISE TO TAOS TONIGHT, regia di Robert Downey Sr., USA, 1975, 56'