USTIONI DA POLVERE DA SPARO (SUL FARE FILM POLITICI), di John Gianvito

Dove concordo:

Non c’è divisione tra politica e vita, tra arte e politica”.

“Tutto è politico, tutto quello che fai nella tua vita è politico”.

“Se un film non apre gli occhi e le orecchie delle persone, a che serve? È meglio rinunciarci. L’unica cosa che uno può fare con un film è dare informazioni e aprire le orecchie. È tanto; ma se uno fa il contrario è meglio cambiare professione, e andare a pescare, o imparare la grammatica…” [JMS]

Dove metto in dubbio:

“Con il rischio di essere un po’ pomposo, il cinema politico è quello che finisce dicendo: ‘Falce e martello, cannoni, cannoni, dinamite!’ Ecco dove siamo, non ci sono alternative, non dovremmo avere paura di dirlo. Ma quando accadrà, costerà molto caro.” [JMS]

Io, con un po’ di rammarico, non sono un pacifista. Detto questo non sono ancora convinto dell’idea che “solo violenza aiuta dove violenza regna”. Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un altro dei più grandi filmmaker militanti, il boliviano Jorge Sanjines, e anche lui sentiva, suppongo sia fondamentalmente una decisione tattica, che il sogno di una rivoluzione armata non è più una strategia attuabile (anche se direi che dipende da quale parte del mondo si sta considerando e da quali battaglie). Rimuovere e distruggere la morsa inesorabilmente crudele e sanguinosa che il potere concentrato mantiene su questo pianeta, inesorabilmente crudele e intriso di sangue, rimane il nostro compito, un compito che la maggior parte dei giorni sembra richiedere una forza titanica (anche se forse non è la forza a essere richiesta). Nonostante condivida la rabbia, la frustrazione, le cicatrici, non sono disposto a essere un firmatario della sciagurata lettera di Straub indirizzata al Festival di Venezia, dove dice che “finché ci sarà il capitalismo imperialistico americano, non ci saranno mai abbastanza terroristi nel mondo”. Anche i grandi provocatori possono spingersi troppo in là.

Tale affermazione, tipicamente elusa dagli ammiratori, non può essere liquidata semplicemente come conseguenza di un improvviso e deplorevole sfogo, considerando i commenti di Straub nel corso degli anni a sostegno del “terrorismo”. Ancora nel 2008, Straub parlando al pubblico del Reflet Médicis a Parigi ha detto: “Penso che se all’inizio non avessi avuto l’occasione di fare film, sarei diventato un terrorista”. Uno si chiede se farebbe la stessa affermazione (almeno pubblicamente) dopo gli eventi a Parigi nel 2015. Non che io sia inconsapevole della sfacciata ipocrisia e ambiguità che impregnano l’utilizzo ufficiale delle parole “terrorista” e “terrorismo”. Come Howard Zinn ha ripetutamente cercato di far notare, “Come puoi essere in guerra con il terrorismo quando la guerra stessa è terrorismo?” Il terrorismo di Stato si traveste perennemente da autodifesa. Tuttavia, come ancora Zinn osserva, “se rispondi al terrorismo con più terrorismo…moltiplichi la quantità di terrorismo nel mondo”.

Non voglio svicolarmi dall’affermazione di Straub, una persona che mi ha dato così tanto a cui pensare (e di cui fare esperienza) nel corso degli anni. Ma quello che credo non riesca a riconoscere è il fatto che è stata una sua scelta, e non un’occasione, quella di fare film piuttosto che bombe. E questo ha fatto tutta la differenza. Mentre cercavo di incastrare ulteriormente Straub sui termini col suo stesso linguaggio, la memoria mi ha portato a riesumare una vecchia VHS di uno dei primi lavori del documentarista Peter Wintonick, The New Cinema (1984). Verso la fine del film, per cinque minuti, appaiono Jean-Marie Straub e Danièle Huillet e forniscono quella che per me è una delle più lucide difese della “militanza” nel fare cinema. Alla domanda sulla necessità o meno per i filmmaker di essere infuriati col mondo, Straub inizia:

JMS: Sì…non lo so. No, non è necessario. Sarebbe molto meglio se uno non dovesse essere arrabbiato ma crediamo che, nella società in cui viviamo, se uno non è arrabbiato, se uno non resiste, allora uno non è niente di niente. È essenziale capire che non sappiamo cosa sta succedendo nelle cosiddette “democrazie popolari” o nei paesi chiamati stati socialisti. Non è lì che viviamo. Ma nei paesi in cui viviamo, che sono capitalisti, quello che uno impara comprando un giornale illustrato o un tabloid in Francia o negli Stati Uniti, o in Germania o in Italia, è che contengono per il 95% pubblicità. E le cose che uno legge in queste pubblicità sono sufficienti a farti vomitare. Viviamo in una società che fa davvero vomitare. Perciò non vedo come puoi essere qualsiasi cosa che non sia essere arrabbiato con questa società, a meno che tu non sia una sorta di masochista, o che tu abbia continuato a dimenticare, dimenticare che la vita potrebbe essere molto più bella. Di questi tempi la vita è tutto tranne che bella. Peraltro, è una società  dove – potremmo goderci la vita – ma, come dice Jean-Luc Godard, viviamo in “una società disperata”.

DH: E, in ogni caso, viviamo in una società di assassini. Puoi…puoi a fatica fare un passo senza…

JMS: Senza inciampare in un cadavere…

DH: Ma questo non impedisce ai fiori di esistere o ai bambini di nascere…Beh, in certi casi e in certi posti impedisce a queste cose di nascere.

JMS: Quando le persone camminano sul marciapiede, pensano alle mani che hanno messo i ciottoli lì? Pensano alle mani che li hanno interrati lì? Non lo so. Ma lì c’è anche sangue, e sudore. Anche il sudore è sangue. Questo non significa che è necessario vivere come i borghesi vivono di questi tempi. I borghesi vedono, proprio come i topi, quando vedono che la nave sta già andando a fuoco. I borghesi cominciano a creare l’apocalisse.

DH: No, i topi abbandonano la nave.

JMS: I topi abbandonano la nave e i borghesi dicono “Guarda, è la fine del mondo”. Credono che forse la nave affonderà in ogni caso prima o poi.

DH: Sta già iniziando ad affondare.

JMS: Sta affondando. Si sta riempiendo d’acqua. Perciò ci parlano di morte tutto il tempo. Ma di chi è la morte? È la morte del sistema delle caste sociali. È la morte delle classi sociali. Ci tengo a dire che essere arrabbiati, disgustati, appassionatamente indignati, non significa esercitarsi in una certa nostalgia e desiderare l’apocalisse, o la grande catastrofe, o la mistica della morte. È esattamente il contrario.

(Estratto da “Tough Love” di John Gianvito, pag. 151-153, pubblicato in Ted Fendt (a cura di), Jean-Marie Straub & Danièle Huillet, FilmmuseumSynemaPublikationen, Vienna, 2016. Tradotto dall’inglese da Jacopo Favi e Tommaso Isabella)