A margine della proiezione del suo ultimo film (Beduino) al Festival di Locarno, Júlio Bressane ha incantato tutti con una semplice frase: “Il cinema è un taglio”. Tante sono le porte (o forse i tagli) interpretative per addentrarvisi quanto pochi i cineasti che ne fanno il moto perpetuo della propria filmografia. Amir Naderi, per ragioni lontanissime a quelle di Bressane, l’ha sempre messo ostinatamente al centro del suo cinema. Ha confessato il doppio taglio dell’Ossessione (Ab, bâd, khâk / Vegas: Based on a True Story), ha sminuzzato lo srotolarsi di una vicenda per ammirare l’impresa di un gesto (Sound Barrier), reso la corsa il solco tra l’infanzia e la vita adulta (Davandeh) o semplicemente raccontato le storie di chi non riesce a cicatrizzare le proprie ferite (A,B,C…Manhattan, Marathon). C’è poi Cut, ovvero la vita del giovane filmmaker Shuji, pestato dall’inizio alla fine, perché il cinema il taglio lo accoglie e ma sa anche infliggerlo.

Naderi ha spesso solcato il crinale tra aridità e fertilità, a volte in un verso a volte nell’altro. Monte, suo ultimo film presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia (dove ha anche ricevuto il premio Jaeger-LeCoultre), in fondo è tutto qua: una terra resa arida da una montagna che impedisce alla luce del sole di ravvivarla e una famiglia che da quella terra non se ne vuole andare. Agostino, il padre, inizia allora a picchiare la montagna con un martello, assistito dalla moglie e dal figlio. Colpo su colpo la sinfonia di Monte sgretola la montagna e lascia che la luce s’incunei nel taglio per accarezzare finalmente quella terra angusta. Naderi crede ancora al cinema come taglio e che da quel taglio possa filtrare una luce vitale, che illumini ben oltre i confini del cinema, a patto però di accogliere la fatica e l’ostinazione senza compromessi.

Incontriamo il regista iraniano nella terrazza del suo hotel, coperta sì da un tendone ma anche da imponenti nubi cariche d’acqua. Stuzzicati dall’idea di portare a termine un’intervista a Naderi sotto il nubifragio, abbiamo subito tremato alla possibilità che questo scenario si concretizzasse per volere del regista (che, in fondo, spacca le montagne). Il pragmatismo per fortuna prende il sopravvento e decidiamo di spostarci in un tavolino della hall.

Filmidee: Lo sforzo, la fatica, il logorio appaiono spesso nei tuoi film, nel modo in cui costruisci i personaggi. Per esempio, in Sound Barrier

Amir Naderi: Avete visto Sound Barrier?  Tra i miei film, è uno dei miei preferiti. Continua.

FI: Il tema dello sforzo strenuo ricorre spesso, e ciò è vero soprattutto in Monte. Qual è per te il valore di questi comportamenti estremi nella vita?

AN: Meno male che hai visto anche Sound Barrier. Il fatto è che i miei film nascono da un’ossessione: quella mia, di cineasta, di voler fare qualcosa di impervio, di impossibile. Ogni volta cerco di spingere tanto il mio film quanto i miei personaggi e la storia, verso qualcosa che se non è follia è comunque una sfida. Mi attrae questo tipo di determinazione cieca, questa tensione a realizzare quello che cerchi e vuoi nella vita. E come? Per me esiste solo un modo. Insistere, con determinazione e convinzione. La convinzione, per dire, è il motore che manda avanti la storia di Monte. Alla fine non ottieni necessariamente e sempre quello che cercavi, ma non importa. A prescindere da cosa e quanto riesci a conseguire, hai ottenuto qualcosa, perché ci hai provato. Prendi Marathon: per ventiquattro ore la protagonista prova ossessivamente a battere quel record, settantasette, e alla fine si ferma a settantasei e mezzo: ma va bene così, ha vinto comunque.

FI: Lo stesso vale per il tuo approccio al cinema?

AN: Chiaro. Il problema del fare cinema in questo modo, però, è che non sei da solo. Devi trovare le persone giuste – quelle che hanno la tua stessa fame, la stessa ambizione. La maggior parte delle volte mi ritrovo a lavorare con persone che vengono da situazioni simili: sono annoiate dalla loro vita, dal lavoro che fanno tutti i giorni – magari lavorano in pubblicità o che so io – e per una ragione o per l’altra vogliono mettersi in gioco, spingersi al limite con uno come me. E quindi, lentamente, succede che la mia ossessione si trasmette anche a loro. Diventiamo le vittime – noi tutti – di questa ossessione. Diventa qualcosa di più del film che facciamo.

È un modo di fare che fa parte della mia natura: affrontare la sfida, senza programmare tutto dall’inizio alla fine. Credo questo sia fondamentale. Anche perché fare un film in questo modo non è piacevole. Quando sei lì, ogni cosa ti sembra assurda, ardua, ti senti triste e solo. Non sai come e quando arriverai alla fine. A volte non sai nemmeno se ci arriverai. Dico sul serio. Prendi Ab, bâd, khâk (Acqua, vento, sabbia): lì la natura stessa è un personaggio, e quando hai a che fare con la natura, non è come girare una scena con due persone sedute a un caffè che chiacchierano tra loro. Stai cercando di controllare qualcosa che non puoi controllare. Proprio adesso, per dire, prima dell’intervista, eravamo seduti fuori, e stava per arrivare un temporale. Nessuno poteva controllarlo. Ma se questo è quello che ti interessa come regista, e per me è così, allora non puoi fare altro che restare lì, con cieca determinazione, afferrare la tempesta, catturarla e ucciderla. È l’unico modo. L’unico.

FI: A volte però nel tuo cinema questi sforzi non conducono a risultati positivi. Per esempio, in Vegas: Based on a True Story, c’è una situazione inizialmente fertile che diventa arida, mentre qui è l’opposto: c’è una terra arida che alla fine diviene fertile. Ci sembra che ci sia un rischio implicito in questo tipo di ossessione.

AN: ‘Rischio’ è il soprannome del mio lavoro, o quanto meno dei miei personaggi. Non puoi mai sapere se riuscirai a ottenere quello che vuoi. Ma c’è un solo modo di superare il rischio: determinazione, e la spinta ad andare oltre. Senza arrendersi. Perché ehi, alla fine, in un incontro di pugilato ci sono quindici round, no? Che tu vinca o meno, il punto è arrivare in piedi all’ultimo round. È come con le maratone: al mattino si presentano centinaia di persone. Poi ci sono quelli che si fermano dopo mezz’ora, e quelli che continuano per due, tre, quattro ore. E alla fine restano in dieci, quattro, due. Sto parlando dello spingersi oltre ogni aspettativa. Al mattino sono buoni tutti: non ci sono problemi. Ma quando inizi a essere stanco, quando la troupe è stanca, e tu non sai cosa fare, e le condizioni atmosferiche sono avverse, e tutto sembra deciso a farti smettere di girare: è lì che devi trovare quella determinazione di cui vi sto parlando. Altrimenti non arrivi alla fine.

FI: Però ci sembra che proprio l’ossessione in sé sia un’arma a doppio taglio. Quello che volevamo dire è che in Vegas: Based on a True Story il personaggio del padre è sì ciecamente determinato, ma nel seguire la propria ossessione finisce col distruggere il giardino che la moglie aveva creato all’inizio, e tutto quello che aveva…

AN: L’ossessione gli si rivolta contro, sì. Però non dimentichiamoci che in Vegas: Based on a True Story abbiamo a che fare con un personaggio moderno, la cui ossessione ha a che fare con denaro e potere. Verrebbe quasi da dire che la sua è un’ossessione banale, mondana. Siamo a Las Vegas, e lui vuole soldi facili e subito. Già con Sound Barrier la cosa è diversa. Quel personaggio cerca una registrazione e quella soltanto: per lui è una questione di vita o di morte. Non ci sono vie di mezzo: o la trova o no. E se non la trova, non saprà mai cosa contiene. È uno scenario diverso da quello di qualcuno che cerca soldi e potere. Il valore intrinseco di ciò che si cerca è importante. Un investigatore che cerca un criminale è determinato, ma non come il protagonista di Sound Barrier, che ha 4000 registrazioni da controllare per trovare l’unica che gli interessa. Fino a che punto un essere umano si può spingere per raggiungere un obiettivo preciso, unico?

FI: …ma questa ossessione, da dove viene? Orgoglio? O dalla volontà di dimostrare qualcosa?

AN: Io credo che se prima di imbarcarsi in qualcosa uno si mette a pensare: ‘ecco, questa è la mia ossessione, devo esserne orgoglioso’, a quel punto ha già perso. Non bisogna pensarci.

FI: Stai dicendo che non dimostrano niente, quei personaggi, si limitano a essere stessi, nelle loro ossessioni…

AN: Non hanno scelta. Come non ne ho io. Dammi dieci milioni di dollari adesso, e dimmi: Amir, fai questo film. Mettimi sotto gli occhi tutti e dieci i milioni. Per me non cambia niente. Posso fare film solo in quel modo. La gente non vuole vederli? Non importa.

FI: Agostino è un personaggio un po’ diverso da quelli dei suoi film precedenti, nel senso che non è completamente solo. Ha una famiglia, e la sua famiglia lo sostiene, resta con lui, lo aiuta fino alla fine. C’è qualcosa di specifico in questa storia che ti ha spinto a dare una famiglia al personaggio?

AN: Sì: il fatto che il film viene dalla cultura italiana. In America, per esempio, la famiglia ha un senso diverso: la società ruota intorno all’individuo. E poi c’è la questione dell’ambientazione: siamo nel Medioevo, e nel passato le famiglie restavano unite, in vita e oltre. Si moriva insieme, ci si seppelliva insieme. E questa è la ragione per cui Agostino e i suoi non vogliono partire, anche se la terra è maledetta e loro lo sanno. Rimangono per proteggere i loro morti. Sono pronti a dare la vita che hanno dinanzi a loro per lealtà ai morti. Tutto questo, fin quando un uomo non dice no. Rimango qui, d’accordo, faccio il mio lavoro, ma non accetto questo stato di cose. Non può essere l’unica strada. E quindi quest’uomo prova a spingere, a trovare alternative: va al mercato, si rivolge alla religione, prova anche l’amuleto magico che gli consegna quella donna.. e alla fine dice basta. Traccio una linea. Anzi, non lo dice: agisce. A quel punto vediamo la reazione della famiglia. Prima vengono presi e portati via dal potere. Poi la moglie ritorna, ma attenzione, non per stare col marito: è la tomba della figlioletta che la richiama indietro. Ma quando vede quest’uomo, capisce cosa sta facendo, e vede che lui non si ferma, allora sì, decide di stare con lui, di aiutarlo a continuare.

FI: …di partecipare alla sua ossessione.

AN: (annuisce) Abbiamo a che fare con un contadino, non un intellettuale. Uno che non parla molto, che vive con gli animali: una persona semplice, perfino primitiva. Questo è esattamente il tipo di persona che può arrivare a compiere qualcosa di impossibile. Perché questi tipi umani non contemplano, non fanno calcoli: reagiscono con rabbia, si domandano: perché le cose devono andare così? Non lo accettano, vogliono cambiare la realtà. È diverso dal personaggio di Vegas: Based on a True Story. Quell’uomo accetta le regole del gioco, capisce la sua situazione. Ha bisogno di denaro. Agostino non pensa in quei termini. Lui ha di fronte la situazione: l’ombra della montagna, la comunità schiacciata, le cose immutabili, l’ingiustizia. Ce l’ha di fronte, e la rifiuta. Pensa: devo affrontare il problema alla radice. Devo abbattere la fottuta montagna.

FI: Agostino è il tipo di persona che non ama parlare delle proprie scelte. Ci incuriosisce questo dettaglio, perché nel film vediamo diverse occasioni in cui altri personaggi provano a parlargli: la scena nel fienile con la domestica, in cui lui non risponde, oppure la moglie, ogni tanto, gli fa domande e lui…

AN: Non risponde!

FI: Esatto. Quindi mi chiedevo: è un problema con il linguaggio, con la parola parlata, o ha qualche altra ragione per questa reticenza?

AN: Le persone testarde parlano poco. Cercano di non esprimersi troppo. Hanno una convinzione in testa, ci sono nati. Fa parte del loro cervello, del loro cuore. Non se vanno in giro a leccare culi e implorare perché altri intercedano per loro o capiscano cosa vogliono fare. Per loro la questione non si pone: le cose devono essere in un certo modo. Punto e basta. E poi Agostino è una persona molto semplice. Già sua moglie è diversa, lo si capisce. Ma lui non saprebbe spiegare cosa vuole fare. Non saprebbe convincerti a parole. I suoi occhi dicono tutto. Persone così lasciano che la rabbia monti dentro, fin quando non iniziano ad agire. È la natura umana pura e semplice, come dicevo prima: senza filtri intellettuali. Gli occhi di Agostino, il suo fisico, dicono tutto.

FI: Una domanda su di te. Hai ripetuto spesso di voler essere un regista universale, di voler fare film che parlino a culture diverse, che attraversino i confini. Allo stesso tempo però ami l’esperienza di lavorare in altri paesi, incontrare altre culture…

AN: Attenzione: non penso in quei termini. Lo ripeto, è importante: se uno si mette a pianificare, perde qualcosa di essenziale. Sono ambizioso e la mia ambizione mi conduce in situazioni diverse, io seguo il flusso. Ma non è che dica: oh, ora voglio fare un film in Thailandia. Se facessi così, avrei già perso qualcosa. Non devi essere tu a scegliere: sono le situazioni che ti scelgono. Questo film, per esempio, Monte: l’idea era di girare in Giappone. Poi ho scoperto che non ci sono montagne senza alberi in Giappone. È una terra piovosa. Allora ho messo il progetto da parte per cinque, sei anni. Durante quel periodo sono venuto in Italia parecchie volte, e lentamente ho iniziato come a sentire il battito cardiaco di questa terra. Era come se il Paese cercasse di dirmi qualcosa. ‘Amir, è qui che devi girare quel film’. Allora io inizio a esplorare, vado in Sardegna, su e giù per l’Italia. Alla fine vedo questa montagna, nel Nord, e mi dico: merda, questa montagna è stata nella mia testa per tutti questi anni, me la sento nel cervello che mi dice: ‘Amir, il posto è questo’.

Questo è il mio modo di fare cinema. Caffè e appuntamenti su Skype non fanno per me. Per esempio: questi due tipi arrivano a casa mia, e mi dicono: signor Naderi, abbiamo sentito che vuole fare un film in Italia. Vogliamo produrlo. E io faccio: chi siete? E soprattutto, come posso procurarmi dei fondi? Loro: ci pensiamo noi. E io: okay, facciamolo. Lo stesso è successo con l’attore che interpreta Agostino. Aveva bisogno dimostrare qualcosa nella sua vita, con la sua carriera, qualcosa di più dei soldi che guadagnava. Mi piace guardare alle cose in questi termini – come fossero dei segni. Un altro esempio: è da quindici anni che voglio fare un film sulla luna. Ogni volta che mi sento pronto, qualcosa va storto. Allora mi dico: la luna non è pronta. Forse ora, dopo aver dimostrato cosa posso fare con Monte, forse ora riuscirò a convincerla e fare quel film.

FI: La domanda in realtà era sui confini: mi sembra da un lato lei preferisca ignorare i confini e rispondere alle situazioni che le si presentano così come vengono, e dall’altro è proprio il fatto di trovarsi in un luogo e in una cultura diversa che le permettono di instaurare certe connessioni. Per dire: lei crede che ci fosse qualcosa di necessariamente italiano, in Monte, qualcosa che giustificasse dover girare il film qui?

AN: La luce. E la montagna. La luce e le montagne in questo Paese hanno memoria. Sono esistite per migliaia di anni. E quella montagna ha un carattere unico. Non so perché. Le montagne svizzere sono pure bellissime: ma non hanno carattere. Solo qui, e in Australia. Le montagne australiane hanno carattere, e ovviamente la Monument Valley in America, anche se ora sta diventando molto commerciale. Ma le montagne in Italia, mamma mia. Questa è la ragione. Ho osservato così tanti tramonti e albe prima di iniziare a girare questo film. Ma la ragione è questa, ed è tangibile: la luce, qui, ti parla. Contiene tutto il tempo, tutto il passato.. i secoli restano sospesi, nella luce. Puoi sentire la storia. In Belgio non c’è niente di tutto questo. Avranno anche montagne, ma con ciò? (ride)

FI: Sei così affascinato dall’idea della storia, dal senso italiano del passato, eppure Agostino è precisamente il tipo di persona che vuole un taglio netto con il passato: voglio qualcosa di diverso, non lo accetto.

AN: Vero. Ma vero anche che se Agostino vivesse in Svezia, la sua ribellione sarebbe molto diversa. In questa cultura, in Italia, il senso del controllo e della tradizione sono così forti, e persuasivi, e potenti, che se ti metti contro, be’, è tutta un’altra cosa.

FI: Nel finale, quando Agostino abbatte la montagna, nelle ultime inquadrature lui e la sua famiglia ringiovaniscono letteralmente. Sono dei sopravvissuti, o è un nuovo inizio?

AN: Non credo di poterti rispondere. Qualsiasi cosa ti dicessi ora sminuirebbe il film. Sta a te scegliere. Come spettatore, personalmente, credo che la risposta sia una sola. Se uno porta a termine qualcosa di impossibile, dopo sforzi incredibili, dopo aver speso tempo ed energie, e nel farlo è diventato vecchio, se si è giocato tutto per far succedere qualcosa, e alla fine quel qualcosa succede, allora credo che tutto il tempo e la fatica che quella persona ha speso ritornano indietro. Se uno affronta una situazione impossibile, come in Monte, alla fine la natura o l’universo ti ricompensano: si ringiovanisce, si rinasce. Ne sono convinto. Voglio dire, sarebbe giusto per questo cazzo di povero diavolo salire sulla montagna con la famiglia, passare la vita così, come un uomo delle caverne, e poi morire? Eh no. Dove sarebbe la speranza in questa vita? A quel punto sarebbe come dire: non provarci nemmeno. Sei determinato, e alla fine muori? No. Qualcosa la devi ottenere, e la ottieni. E alla fine ottengo qualcosa pure io.

Ci alziamo: e mentre salutiamo, Naderi ci sorride: “mi piacete ragazzi. Mi piacciono quelli che non tengono il culo sulla sedia, e provano a fare qualcosa”. Ammicchiamo: “Abbattiamo la montagna?” e Naderi – già allontanandosi – ribatte: “Conoscete un altro modo?”.