Difficile aprire il concorso in maniera migliore di quest’anno: con l’opera di un regista che ha avuto l’onore di vincere un Leone d’oro all’esordio per poi passare al Festival di Cannes, crescendo nell’accuratezza di sguardo di film in film. Il russo Andrey Zvyagintsev è uno dei pochi autori contemporanei che, fuggito il rischio di cadere nella maniera, ha saputo spingersi oltre per raggiungere uno stile disteso, privo di incertezze, conciliando il grande racconto di una nazione alla visionarietà d’artista.

Non stupirebbe immaginarlo alle prese con un’opera di fantascienza, perché le atmosfere in cui si muovono gli sparuti personaggi di Zvyagintsev sono sempre post-umane, a iniziare dall’isola de Il ritorno, fino alle lande glaciali di Leviathan, passando da quella dacia che si contrapponeva al caos della metropoli in The Banishment. Anche Nelyubov – Loveless si muove in uno scenario simile: nonostante la vicenda si svolga a San Pietroburgo, lo spazio urbano è ricostruito in modo da mettere in evidenza la centralità della casa (con i suoi interni) e la compresenza di edifici del passato, totalmente abbandonati, in cui fanno capolino solo le forze dell’ordine, e lussuosi appartamenti borghesi. Intorno a questi due poli si snoda la storia di una coppia di genitori in via di divorzio che vede avverarsi il proprio peggiore desiderio: non doversi più occupare del figlio dodicenne. Scomparso all’improvviso, il ragazzino non lascerà alcuna traccia, costringendo la madre e il padre a una peregrinazione senza speranza.

Composto come una serie di tappe nella Russia contemporanea, desiderosa solo di rimuovere il passato (i vecchi stalinisti sono stati isolati in campagna) e di rincorrere senza sosta un capitalismo sfrenato (fatto di corpi, rapporti e possedimenti), il film presenta la genitorialità come unico possibile antidoto alla vorticosità dei consumi. Storditi dalla eccitazione delle loro nuove relazioni, Zhenya e Boris vivono la scomparsa del figlio in maniera ovattata, incapaci di riconoscerlo tale. Il film, con una grande intuizione, infatti, si chiude con il sentirsi nuovamente, anche solo per un istante, genitori. Perché poi, sugli schermi televisivi delle loro nuove abitazioni filtra un conflitto senza risoluzione e, seppur con la morte nel cuore, si continua a dar vita al rituale di una forma fisica perfetta, nell’illusione di dominio su un pianeta dimentico dell’amore. [Daniela Persico]


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TERRE DI CONFINE

Il western come terra di confine, l’Europa come illusione di confini abbattuti e mai veramente superati. Il ritorno di Valenska Grisebach a oltre dieci anni di distanza da Sehnsucht (2006) conferma il talento di una grande regista e si insinua con maestria tra le crepe di una ricomposizione sociale e culturale mai davvero portata a compimento. Prodotto da Komplitzen (Jonas Dornbach e Maren Ade) e presentato in Un certain regard, Western mostra un gruppo di operai tedeschi alle prese con la costruzione di alcune infrastrutture idriche appena oltre il confine bulgaro. I locali non li vedono di buon occhio, e loro stessi ce la mettono tutta per non riuscire simpatici, importunando tre giovani donne al fiume. L’unico a sapersi creare un varco nella diffidenza altrui è il solitario e taciturno Meinhard, che si impone di superare le barriere linguistiche e trova un “fratello” nel sodale Vincent, al quale confida un passato di guerra e lutti familiari. Ma il progressivo integrarsi nell’altra “tribù” è mal vista tanto dai propri compagni di lavoro quanto dai componenti dell’altra comunità.

Difficile rendere conto a mezzo di poche note di trama della complessità di relazioni, tensioni e conflitti che si innescano nelle due ore di un film teso e avvolgente, magnificamente retto dalla calibrata regia di Grisebach, autrice anche della sceneggiatura. Come in Giorno maledetto di Sturges, i personaggi si studiano, si sfidano, si tendono agguati, mentono e nascondono piccole e grandi verità; il senso di catastrofe è imminente, l’impressione che l’esito debba per forza portare a un duello all’ultimo sangue sconfessato da un finale sospeso che dice molto di un impossibile assimilazione, o forse ne immagina una che non passi attraverso l’uso delle armi ma per mezzo della danza. Nel mezzo c’è un’acuta riflessione sulle ferite non rimarginate della Seconda guerra mondiale, sul carattere tedesco e sulle ferree leggi che regolano lo stare al mondo e il convivere tra i popoli, dove il più forte ha sempre il sopravvento. Perfetto Neumann nel ruolo del protagonista dal volto scavato e dallo sguardo profondo, capace di vibranti sottigliezze di tono e inattese sfumature al sentimentale: è lui il corpo dolente di un film che racconta della difficoltà di appartenere alla razza umana, oggi più che mai. [Alessandro Stellino]