“Come da una corrente elettrica che fa muovere i corpi, io sono stato mosso dai miei amori, li ho vissuti, li ho sentiti: non sono mai riuscito né a vederli, né a pensarli”.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto – Sodoma e Gomorra

Non è stato accolto con un plauso unanime l’ultimo film di Abdellatif Kechiche: nonostante se la battesse con ben pochi concorrenti di un certo livello nella competizione veneziana (Guillermo Del Toro, Paul Schrader, Frederick Wiseman), la giuria ha scelto di trascurare completamente il film in sede di premiazione, appoggiando l’opinione piuttosto diffusa nella stampa americana (da Variety a Hollywood Reporter) che il regista franco-tunisino – dopo la Palma d’Oro per La vita di Adele – si sia lasciato prendere la mano da uno stile debordante ed esasperato, con l’accusa ulteriore di un’ossessione per il corpo femminile. Lettura riduttiva di un’opera che dimostra una ricerca mai sopita nell’autore, quella di spingere sempre più in là il confine tra vita e cinema, creando universi paralleli in cui lo sguardo dello spettatore si muove liberamente nel magma di personaggi e situazioni quotidiane, in cui è la precisione di ogni singolo gesto a portare avanti una narrazione ondivaga e sfuggente. In quest’ottica Mektoub, My Love è, se non il film più riuscito di Kechiche, sicuramente il più affascinante per la sfida lanciata al linguaggio cinematografico, il più struggente nel restituire il potere fantasmatico del mezzo, il più introspettivo nel provare a definire la maturazione di uno sguardo: un atto di scoperta di sé – meditato e potente – che raramente si registra nel cinema d’autore contemporaneo.

Liberamente ispirato a La blessure, la vraie di Francois Begaudeau (già autore di Entre les Murs da cui è stato tratto La classe di Laurent Cantet), Mektoub, My Love – apparso con un sottotitolo “Canto primo” che fa sperare sia solo il primo passo di una trilogia – è una storia di formazione ambientata nel 1994, quella del giovane Amin, rientrato a Sète dalla famiglia per l’estate dopo aver deciso di abbandonare gli studi in medicina per trasformare la sua passione per il cinema in una professione. Sta studiando come sceneggiatore, ed è tornato nel suo paese d’origine per riprendere in mano la macchina fotografica, con l’ambizione d’immortalare l’amica Ophélie in un ritratto senza veli. Ma ad accoglierlo c’è la brusca scoperta della relazione tra la ragazza – fidanzata a un militare spesso lontano da casa – e Tony, cugino farfallone di Amin, che trascorre la sua estate a collezionare belle turiste e ragazze del posto.

Attorno allo sguardo apparentemente riservato di Amin (interpretato da una nuova scoperta di Kechiche, Shain Boumedine), ruota la famiglia franco-tunisina che gestisce un ristorante, una piccola tribù di cugini e zii che forma una rete di connessioni, tanto solida quanto inespugnabile, come accadeva già in Cous cous, di cui ritorna tra gli altri la magnetica Hafsia Herzi. Il cugino latin lover, lo zio un po’ scemo, la mamma comprensiva, la zia abbandonata da un compagno in cerca di ragazze più giovani, la cugina che ha trovato la sua indipendenza sono alcune delle figure nel paesaggio (o sarebbe più giusto dire nel tempo?) che l’autore tratteggia perfettamente, donando ad ognuno il suo momento per presentare la propria natura sotto l’occhio attento e carico d’affetto del ragazzo, che osserva distaccato ma vigile ogni situazione. Ed è evidente che in questo reciproco prendersi e lasciarsi (inteso come comprendersi e allontanarsi), si leva il primo movimento di una sinfonia che ha a che vedere non soltanto con l’impossibilità di raggiungere il soggetto amato (le fanciulle, di cui parleremo in seguito) ma anche quella di iniziare a mettere una distanza con la propria rete familiare (per forse mettere meglio a fuoco se stessi).

La ricerca di Kechiche, che con estremo coraggio spalanca il suo film a un nuovo scorrere del tempo, ha a che fare con il riuscire a raccontare non tanto la formazione sociale, morale o politica del protagonista, quanto a mostrare la sua costante posizione rispetto a quello che sta accadendo attorno a lui, in pratica l’elaborazione del suo sguardo come cineasta. Non è un caso che il film si apra con una potente scena di sesso tra Tony e Ophélie (l’unica presente nel film), spiata dal protagonista, che da quel momento dovrà convertire la propria posizione di voyeur in qualcosa d’altro: lontano da esperire le occasioni di piacere, Amin trova la propria soddisfazione nel cogliere qualcosa che trascende il singolo corpo e irradia un’età (e un modo di percepire) dell’esistenza. Appare dunque evidente che il film nasca quasi come una risposta alle critiche mosse all’autore sulla sua ossessione nei confronti delle forme femminili: impegnato in un adattamento di Abelardo e Eloisa, Kechiche ha abbandonato il progetto per un’opera che sembra un’autoanalisi della genesi del suo posizionamento. E se in un film come La vita di Adele erano più che giustificate le riflessioni a proposito dell’erotizzazione mascolina su una storia al femminile (che ribaltava il punto di vista operato da autrici come Chantal Akerman), qui in maniera tutt’altro che superficiale si va all’origine di questa forza, nascosta dietro le apparenze burrose di Ophèlie e delle altre, da cui il cineasta desidera essere investito pur rimanendo sempre alla debita distanza. Il tripudio operato dai movimenti sinuosi della macchina da presa nella lunga scena finale della discoteca inneggia non più alla singola fanciulla (che sia l’esile turista o la disinibita amica d’infanzia), ma chiaramente a quelle “divinità oscure” che le muovono, per prendere le parole di Marcel Proust, nella notte in cui decide di fuggire a Parigi con Albertine per sottrarla a qualsiasi tentazione. È il desiderio puro che tenta di raggiungere Kechiche, in questa notte senza fine che non a caso si dilegua nell’alba di un mattino in cui il piacere non trova alcun compimento, giocandosi per l’ennesima volta la sostituibilità dell’oggetto del desiderio.

Ma forse in quella lunga festa senza fine, in cui le donne libere e selvagge sono un’entità indipendente dallo sguardo che vorrebbe ridurle a meri fantasmi del desiderio, si raggiunge la presa di coscienza di Amin, mosso dai propri amori impossibili da intrappolare nei movimenti del suo sguardo. Solo, ha scelto di sfidare la sorte: immortalare la vita, la nascita di un agnellino attesa fino allo sfinimento in una delle sequenze più suggestive del film, ma l’amore è prima di essere percepito, e Amin, nell’intenzione di rappresentarlo, si sottrae per un attimo a una corrente elettrica pronta subito a ricatturarlo.