PER NON MORIRE DI TELEVISIONE

𝙋𝙚𝙧 𝙣𝙤𝙣 𝙢𝙤𝙧𝙞𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙩𝙚𝙡𝙚𝙫𝙞𝙨𝙞𝙤𝙣𝙚, la rassegna di Ravenna sul documentario d'autore giunge quest'anno alla sua 𝙓𝙓 𝙚𝙙𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚.
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➤➤Oltre al cuore della proposta che vedrà documentari contemporanei tra nazionali e internazionali, ci sarà spazio per una matinée riservate alle classi delle scuole secondarie di secondo grado di Ravenna e per quattro masterclass tenute da esperte ed esperti del mondo del cinema che analizzeranno l’aspetto transmediale e di contaminazione caratteristico della settima arte.
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𝗚𝗶𝗼𝘃𝗲𝗱ı̀ 𝟲 𝗼𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲
𝗢𝗿𝗲 𝟭𝟴 𝙼𝚊𝚜𝚝𝚎𝚛𝚌𝚕𝚊𝚜𝚜
𝗗𝗶 𝗳𝘂𝗼𝗰𝗼 𝗶𝗻 𝗳𝘂𝗼𝗰𝗼: 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗝𝗼𝗻𝗻𝘆 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼
a cura di Fabrizio Varesco
Dialogo tra cinema letteratura vitarte con proiezione di "Ognuno si fa luce" (20’, in progress, con John Giorno e Domenico Brancale) e presentazione di "Un uomo con la guerra dentro. Vita disastrata ed epica di Sterling Hayden: navigatore attore scrittore traditore alcolista" (Lamantica, seconda edizione 2022)
𝗝𝗼𝗻𝗻𝘆 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼 è cineasta e scrittore. Nel 2005 fonda con Fabio Badolato la BaCo Productions e nel 2019 con Rita Deiola la Salamander Giant, entità produttive entrambe attive. Insegna Regia presso la Scuola d’Arte Cinematografica Florestano Vancini di Ferrara della quale è vicedirettore artistico. Per “Bookolica. Il festival dei lettori creativi”, che si svolge in Sardegna a settembre, è curatore della sezione letteraria ‘Azzardo e visione’. Vive a Bologna.
Tra i film: Dallarte (in post-produzione), Sbundo (2020), La lucina (2018), Il firmamento (2013), Beira Mar (2010), Le Corbusier in Calabria (2009), Jazz Confusion (2006). Tra i libri: Un uomo con la guerra dentro. Vita disastrata ed epica di Sterling Hayden: navigatore attore traditore scrittore alcolista (2020, seconda edizione 2022), Ultraporno (2021), La mano bruciata. Scrittori, pittori, elezioni (2021), Nella grande sconfitta c’è la grande umanità (con Michael Fitzgerald, 2020), Mal di fuoco (2016), Volti a fronte (con Domenico Brancale, 2013). Tra le riviste: è stato redattore di “Cineforum” e caporedattore di “Carte di Cinema”; nel 2009 ha fondato le riviste "Rifrazioni. Dal cinema all’oltre" e “Rivista”; attualmente è redattore del "Primo amore" e collabora con "Antinomie".
𝗢𝗿𝗲 𝟮𝟭
𝗟𝗼𝘃𝗶𝗻𝗴 𝗛𝗶𝗴𝗵𝘀𝗺𝗶𝘁𝗵 di Eva Vitija | Svizzera, Germania | 2022 | 83'
Basato sui diari inediti della scrittrice Patricia Highsmith, il film getta una nuova luce sulla vita dell’autrice americana, segnata da una profonda ricerca di identità e da travagliate relazioni sentimentali. Familiari, amici, la stessa Highsmith e materiali d’archivio restituiscono un vivido ritratto di una delle scrittrici più prolifiche nella storia della letteratura. Highsmith ha scritto più di venti romanzi, molti dei quali sono stati adattati per il cinema: da Sconosciuti in treno Alfred Hitchcock ha tratto L’altro uomo; Il talento di Mr. Ripley è stato portato sul grande schermo da René Clément, Wim Wenders e Anthony Minghella; Carol, romanzo in parte autobiografico su una storia d’amore tra due donne, da Todd Haynes.

𝗩𝗲𝗻𝗲𝗿𝗱ı̀ 𝟳 𝗼𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲
𝗢𝗿𝗲 𝟭𝟴 𝙼𝚊𝚜𝚝𝚎𝚛𝚌𝚕𝚊𝚜𝚜 𝗰𝗼𝗻 𝗞𝗶𝗺 𝗟𝗼𝗻𝗴𝗶𝗻𝗼𝘁𝘁𝗼
La regista inglese Kim Longinotto presenterà la sua opera attraverso la visione di brani dei suoi principali film.
𝗞𝗶𝗺 𝗟𝗼𝗻𝗴𝗶𝗻𝗼𝘁𝘁𝗼 è una delle più stimate autrici cinematografiche del mondo. Nei suoi film la cinepresa mostra un mondo che spesso non vogliamo vedere né conoscere: la violenza sui più deboli, gli abusi contro le donne e le relative conseguenze. I volti e le voci delle persone, delle minoranze che si ribellano vengono proiettate dall’anonimato direttamente nella mente degli spettatori. Il cinema di Kim Longinotto cambia il mondo e al tempo stesso la sua empatia e sensibilità stimolano lo spettatore a rivolgere lo sguardo a se stesso e cercare il cambiamento soprattutto dentro di sé.
Fra le sue principali opere ricordiamo: Dream Girls (1993) Runaway (2001) Sisters in Law (2005) Rough Aunties (2008) Salma (2013) Love Is All (2014) Dreamcatcher (2015) e Shooting the Mafia (2019)
𝗢𝗿𝗲 𝟮𝟭
𝗟𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗕𝗮𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 - 𝗦𝗵𝗼𝗼𝘁𝗶𝗻𝗴 𝘁𝗵𝗲 𝗠𝗮𝗳𝗶𝗮 di Kim Longinotto | Irlanda | 2019 | 97'
Un ritratto personale e intimo su Letizia Battaglia, fotografa palermitana e fotoreporter per il quotidiano L’Ora. Una vita vissuta senza schemi: dalla fotografia di strada, per documentare i morti di mafia, all’impegno in politica, Letizia Battaglia è stata una figura fondamentale nella Palermo e nell’Italia tra gli anni Settanta e Novanta. Intrecciando interviste e testimonianze d’archivio, Kim Longinotto racconta la vita di un’artista passionale e coraggiosa, mostrando non solo un’esistenza straordinaria e anticonformista, ma anche uno spaccato di storia italiana. In cerca di una libertà che passa per il sogno di una Sicilia sciolta dalle catene della mafia.
𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑎𝑙𝑎.

𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗼 𝟴 𝗼𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲
𝗢𝗿𝗲 𝟭𝟴 𝙼𝚊𝚜𝚝𝚎𝚛𝚌𝚕𝚊𝚜𝚜 𝗰𝗼𝗻 𝗥𝗼𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗖𝗵𝗶𝗲𝘀𝗶
𝗣𝗶𝗲𝗿 𝗣𝗮𝗼𝗹𝗼 𝗣𝗮𝘀𝗼𝗹𝗶𝗻𝗶 𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗲
𝘐𝘭 𝘤𝘪𝘯𝘦𝘮𝘢 𝘮𝘪 𝘩𝘢 𝘰𝘣𝘣𝘭𝘪𝘨𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘭𝘪𝘷𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘭𝘵𝘢̀, 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘭𝘵𝘢̀: 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘰 𝘶𝘯 𝘧𝘪𝘭𝘮 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘭𝘵𝘢̀, 𝘧𝘳𝘢 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘣𝘦𝘳𝘪 𝘦 𝘧𝘳𝘢 𝘭𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦 (...); 𝘯𝘰𝘯 𝘤'𝘦̀ 𝘧𝘳𝘢 𝘮𝘦 𝘦 𝘭𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘭𝘵𝘢̀ 𝘪𝘭 𝘧𝘪𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘴𝘪𝘮𝘣𝘰𝘭𝘰 𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘷𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘤'𝘦̀ 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢.
Nell’anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini il critico cinematografico e responsabile del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna Roberto Chiesi analizzerà, attraverso la visione di sequenze tratte da alcuni film del regista, questo particolare percorso della filmografia di Pasolini.
𝗥𝗼𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗖𝗵𝗶𝗲𝘀𝗶, critico cinematografico e responsabile del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna. Alla figura e all’opera di Pasolini ha dedicato numerosi lavori, tra i quali Pasolini Callas e Medea, La rabbia Appunti per un’Orestiade africana, Cristo mi chiama ma senza luce, Accattone e l’edizione dvd di Salò o le 120 giornate di Sodoma. E’ membro del comitato scientifico della rivista Studi pasoliniani e della rivista Cineforum. Il cinema francese e il cinema italiano sono fra gli ambiti previlegiati dalle sue ricerche, culminate con le monografie dedicate a Jean-Luc Godard, al Cinema noir francese e a Federico Fellini. E’ autore de Il cinema Ingmar Bergman. Dal 2016 collabora con il programma di Rai Radio 3 Wikiradio ed è direttore artistico del Valdarno Cinema Film Festival.
𝗢𝗿𝗲 𝟮𝟭
𝗙𝘂𝘁𝘂𝗿𝗮 di Alice Rohrwacher, Pietro Marcello, Francesco Munzi | Italia | 2021 | 105’
Futura è un’inchiesta collettiva svolta da Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher che ha lo scopo di esplorare l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia. I tre registi si sono incontrati alla fine del 2019 e hanno deciso di realizzare un film che indagasse l'idea di futuro dei giovani, che raccontasse i loro sogni e le loro aspirazioni e attraverso le loro parole tratteggiasse un affresco del nostro paese. Come hanno scritto i tre autori, hanno realizzato: "Un film di sentimento che attraverso gli adolescenti ci restituisce come in uno specchio l’immagine di noi adulti.

𝗗𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶𝗰𝗮 𝟵 𝗼𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲
𝗢𝗿𝗲 𝟭𝟴 𝙼𝚊𝚜𝚝𝚎𝚛𝚌𝚕𝚊𝚜𝚜 𝗱𝗶 𝗙𝗶𝗹𝗺𝗶𝗱𝗲𝗲
𝗰𝗼𝗻 𝗠𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗕𝗹𝗮𝗰𝗼𝗻𝗮̀ 𝗲 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗟𝗼𝗻𝗴𝗼
Una ricognizione nel mondo del cinema del reale contemporaneo, con l'intento di indagare il confine sempre più sottile che intercorre tra film di finzione e film documentario. Negli ultimi anni molti autori e autrici hanno incorporato la convinzione che una scissione tra i due generi fosse spesso settaria e, di fatto, limitante. In questa analisi i due relatori dialogheranno su quanto la finzione sia, sin dalle origini dell'espressione filmica, alla base della creazione cinematografica, e di come il cinema stesso sia allo stesso tempo l'estensione più diretta del reale ma anche il suo tradimento.
A coronare questa riflessione, un'introduzione al film L'età dell'innocenza, di Enrico Maisto, che fin dal suo titolo punta a inquadrare una stagione della vita da cui prendere congedo, e al contempo segna un legame tra l’esistenza relazionale e quella creativa.
𝗙𝗶𝗹𝗺𝗶𝗱𝗲𝗲 nasce nel 2011 come magazine online, in cui intervengono firme prestigiose della critica italiana e internazionale e autori più giovani.
𝗢𝗿𝗲 𝟮𝟭
𝗟’𝗲𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗻𝗼𝗰𝗲𝗻𝘇𝗮 di Enrico Maisto | Italia, Svizzera | 2021 | 75’
Vincitore come Miglior Documentario Italiano del Festival dei Popoli 2021
Un diario intimo e personale che rappresenta le diverse fasi del distacco e della ricostruzione della relazione genitore-figlio. Dopo i convincenti Comandante e La convocazione, accomunati pur nelle grandi differenze dall’attrazione del regista verso le figure dei propri genitori e le loro professioni di giudici, L’età dell’innocenza compie un salto che è sì il desiderio di affrontare in prima persona la materia stessa della propria intimità, ma che si rivela soprattutto una coraggiosissima transizione di dispositivo e una profonda riflessione sul cinema e le sue forme.
𝐼𝑙 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑎𝑙𝑎.
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𝑇𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑖𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑠𝑡𝑒𝑟𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑖𝑛𝑔𝑟𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑢𝑖𝑡𝑜.
Palazzo del Cinema e dei Congressi
Largo Firenze 1, RAVENNA
ℹ️ ravennacinema@gmail.com

POPOLI 62:
L'ETÀ DELL'INNOCENZA

Fin dal suo titolo, il terzo film del trentatreenne Enrico Maisto inquadra una stagione della vita da cui prendere congedo, e al contempo l'ineludibile legame tra l'esistenza relazionale e quella creativa. Dopo i convincenti Comandante e La convocazione, accomunati pur nelle grandi differenze dall'attrazione del regista verso le figure dei propri genitori e le loro professioni di giudici, L'età dell'innocenza compie un salto che è sì il desiderio di affrontare in prima persona la materia stessa della propria intimità, a partire dalla trattativa emotiva e comunicativa che stringe Maisto a sua madre sollevando oggi interrogativi impellenti, ma si rivela soprattutto una coraggiosissima transizione di dispositivo e una profonda riflessione sul cinema e le sue forme.

Sulla scia di un approccio che in Italia abbiamo (in pochi) potuto scoprire attraverso i documentari di Ross McElwee, di cui con naturalezza eredita la possibile poetica, Maisto si chiede in sostanza una cosa talmente disgregante e paradossale da risultare spesso, per chiunque e non solo per i figli unici come lui, di difficilissima verbalizzazione: fin dove ho il coraggio di esistere, al di fuori del cerchio amoroso che mi ha nutrito e da cui ancora oggi mi sento chiamato, se a questo nido io ho negato, per paura del giudizio o della repressione, l'accesso pieno alla mia identità? A partire da questa domanda complessa il film si dispiega in un mirabile caleidoscopio di istantanee familiari, sempre tenere e talvolta crudeli, in cui a essere messe in campo sono le linee primarie di una psicanalisi universale: da una parte l'immagine di una madre avanti negli anni che, come tutte le madri imperfette nella loro perfetta amorevolezza, rivolge al figlio ormai adulto la richiesta utopica di certificarle la sua felicità, la sua realizzazione, e così liberarla per sempre; dall'altra, le lucidissime prove di fragilità che il figlio offre suo malgrado ai propri genitori – su tutte, una divertentissima fuga da un calabrone – ammettendo la fatica di esporsi al mondo più di quanto finora sia già stato costretto a fare. Un serissimo gioco insomma, a suo modo performativo, in cui nessuno ha mai soltanto torto o soltanto ragione, ma ciascuno corteggia il proprio fantasma senza davvero essere in grado di eluderlo, perché il dolore che questo comporta appare sempre meno naturale del conforto cui l'infanzia della vita ci ha abituati.

Tuttavia è proprio qui che il film, in pieno rispetto della sua vocazione documentaristica, compie il salto libero e audace di cui si accennava. Potremmo dire che non si ferma al contenuto e lo trasporta nella forma, ma vorremmo essere più precisi: è in grado di trovarlo, nella forma, che per questa ragione diventa il vero cardine dell'opera e rende L'età dell'innocenza l'high-concept movie che quasi certamente il suo autore desiderava esprimere. Perché il film di Maisto non è semplicemente una riflessione sull'ingresso nella vita adulta, sul riconoscimento paritario delle proprie figure genitoriali, e naturalmente sul racconto del sé che un'operazione di messa a nudo è in grado di generare: il film, più puntualmente, è un ipertesto di immagini sparse nel tempo e nello spazio, una sorta di geografia emotiva fatta di richiami interni, echi sottili, provocazioni inconsce, ritorni inaspettati, elaborare il quale significa accogliere il tempo e la vita che verranno.

Così carico delle rifrazioni di un'identità in costruzione – dai poster dei supereroi a quelli dei film d'autore, dall'archivio dischiuso dei primi esperimenti cinematografici a quello riconfigurato dei vecchi filmini delle vacanze, passando naturalmente dalla lettura diaristica, volutamente goffa e lacunosa, del quotidiano e dei suoi eventi –, il film diventa dunque un esorcismo dell'impossibilità di dirsi all'altro attraverso un tuffo verticale nel medium cui costitutivamente si aggrappa. Perciò quando la madre afferra la camera che Maisto per buona parte del film tiene in mano, filmando lei e rimanendo fuori scena, e scherzando proclama al figlio l'avvento della propria vendetta, in quel momento si realizza ciò che probabilmente in assenza del medium non sarebbe mai accaduto alla stessa maniera: è attraverso la camera che il figlio chiede alla madre di essere letto, di essere compreso, di accogliere la sua commozione.

Se c'è un'immagine che letteralmente perturba in un simile, grande, archivio biografico – ma potremmo dire biologico, vista l'importanza dei corpi e del tempo in questo intreccio di vite a cui spontaneamente ci sentiamo vicini –, è forse quella di una vecchia recita scolastica in cui, bambino, il regista interpreta il monologo del clown bianco, figura che storicamente incarna le caratteristiche di un contesto culturale e sociale dominante, un sistema di senso egemone che ambisce all'unicità e da cui occorre riscattarsi; spunto appropriato perché L'età dell'innocenza non parla soltanto della possibilità di trasformarsi da figli in adulti, amanti stabili, e persino padri, ma suggerisce di farlo abbracciando l'occasione di evadere il "senso unico" su cui è costruito il nostro corso sociale, sapendo al contempo salvarsi dal rischio del "non senso". Il film diventa, a partire da questo dettaglio, una sorta di liberissimo itinerario di clown-poiesi che investe tanto il piano della vita quanto quello della stessa creatività, in una sorta di fuga radicale e iniziatica dai presunti dettami dell'antropopoiesi cui il contemporaneo, e le sue strutture logico-causali spesso interessate, hanno ormai costretto tante sfere dell'esistenza e tra queste, disgraziatamente, anche il fare-cinema.

L'età dell'innocenza, al contrario, è una scommessa che segue oltre ogni interesse la propria intuizione, e grazie a una modulazione strutturale meditata e pulsante – lo sarà, siamo sicuri, per ciascuna futura visione – concreta la massima di Edgar Reitz che improvvisamente si innesta al suo interno, nella forma di un biglietto di Natale rivolto al regista e in fondo anche allo spettatore: "Che ogni giorno possa essere l'inizio di un nuovo film". Che ogni film possa essere l'inizio di una nuova vita.


LA CONVOCAZIONE

Ogni tre mesi la Corte d’Assise d’Appello di Milano, a partire da sessanta cittadini convocati attraverso un’estrazione a sorte, procede alla selezione di sei giudici popolari destinati a comporre un nuovo collegio accanto a due magistrati di carriera: il loro apporto nel valutare alcuni dei reati più efferati e ancora irrisolti che hanno colpito il Paese, dagli omicidi alle stragi terroristiche o mafiose, sarà pari a quello dei professionisti incaricati di affiancarli e di indicare loro le regole di giudizio entro cui operare, non in termini di competenza legale, ma di intelligenza e esperienza umana. La giornata della convocazione diventa così un’esperienza fuori dall’ordinario, un vero e proprio scarto dal quotidiano durante cui il cittadino comune, indipendentemente dal suo background, è proiettato nella riflessione sul proprio rapporto con la giustizia, cercando di chiarire se davvero possa contribuire ad essa e, nel caso, in quali termini di sfuggente esattezza.

Scegliendo una rigorosa unità di luogo, spazio e azione, il secondo documentario di Enrico Maisto, che fin dal titolo, La convocazione, pone il focus sulla dimensione della chiamata pubblica al singolo individuo, non cerca però di restituire della giornata in questione una mera cronaca formale: con una regia multicamera costretta a orientarsi, scegliere e filmare entro lo spazio maestoso ma limitato del Tribunale di Milano, e il tempo ancor più ristretto di poche ore, il film dischiude la propria potenzialità esplorando, con ostinata carica umanista, il paradosso di un momento collettivo suggerito quasi esclusivamente con l’uso del primo piano. Se infatti al centro della vicenda si colloca il rapporto con qualcosa di molto ampio e poco conosciuto come la macchina della giustizia, Maisto rinuncia al primato dell’inquadratura totale, dispiegando nell’arco di un’ora una paziente galleria sociologica di volti, sguardi, parole sussurrate, aporie silenziose.

Non un film sul funzionamento di un tribunale, dunque, ma un affresco relazionale di chi vi accede senza conoscerlo, forzato dalla volontà del caso, chiamato ad affrontare responsabilità e timori, costretto a sviscerare la processualità degli egoismi e delle diffidenze che la convocazione finisce per generare: c’è chi ha dovuto rinunciare a una fruttuosa giornata di lavoro, c’è chi ha problemi di salute in famiglia a cui dover pensare, c’è chi si pone il problema della propria conoscenza rispetto a quanto eventualmente dovrà andare a studiare e giudicare (“Ordine Nuovo? Cos’erano, fascisti?”, si chiede una convocata cercando conferma su Google, ultimo appiglio di una memoria storica residuale). Così, mentre ad uno ad uno i sessanta cittadini attendono il proprio turno per accedere al colloquio che determinerà la selezione ultima, tra i presenti si consuma con pudore la commedia umana della condivisione di un’esperienza, in un continuo gioco di campi e controcampi che non risolve l’ineffabile domanda ultima: davvero è possibile che io giochi un ruolo nel perseguimento della verità? Gli sguardi delle divinità della giustizia disegnate da Sironi, che dai mosaici alle pareti dell’aula testimoniano benevoli quanto accade tra i suoi banchi, sembrerebbero invitare i cittadini a una prova di fede. Fede nella giustizia, come recita in apertura una citazione da Piero Calamandrei, o più semplicemente fiducia nella connessione che la legge e il suo funzionamento determinano tra individuo e collettività.

In fondo il giuramento che i sei giudici popolari selezionati recitano in conclusione, insieme a supplenti e sostituti addizionali, trova la propria ragione nel principio stesso del diritto, il riconoscimento cioè di un legame: la legge è fatta dagli uomini per stare al di sopra di essi o, più puntualmente, tra loro. Non per distanziarli, ma per colmare (e naturalmente, regolare) gli interstizi tra le singole individualità. Non un vero fuori campo cinematografico, dunque, ma – più curiosamente – un intercampo: ciò che, forse abitando il taglio di montaggio, esiste invisibilmente tra gli sguardi, le parole e le azioni dei cittadini, simile all’aria che respiriamo. Accogliere la convocazione significa accettare un ruolo, spesso decisivo, di imparzialità e rettitudine verso il mondo, in primis cioè di sospensione dialettica delle parziali vocazioni private. Gli stessi valori che la regia di Maisto, optando per la sintesi più che per l’analisi osservativa, stabilisce anche tra la tensione autoriale e la restituzione, in forma di cinema, di un’esperienza pubblica. Cioè di tutti, pensata per tutti.

Il film sarà presentato mercoledì 17 gennaio, alle ore 21, in occasione della quinta edizione de "Il mese del documentario" al Cinema Beltrade di Milano. Filmidee modererà la serata in compagnia del regista milanese.