Diamantino Matamouros, asso del calcio portoghese, sbaglia un rigore durante la finale del Campionato del Mondo e cade in disgrazia. In cerca di un nuovo scopo nella propria vita, intraprende una delirante odissea dove si trova a fare i conti con neo-fascisti, la crisi dei rifugiati, la clonazione genetica e la scaturigine del genio.

Dalle poche righe di sinossi circolate prima della proiezione del lungometraggio d’esordio di Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt non si sapeva bene che film immaginare: al termine non si sa bene che film si è visto. All’applauso entusiasta che ha accompagnato la presentazione ufficiale alla Semaine de la Critique fa da contraltare il coro denigrante di buona parte dei critici presenti in sala. Che fare di questo film in cui compaiono cani pechinesi giganti che scorrazzano nel campo da calcio durante una partita, due malefiche sorelle gemelle degne della fiaba di Cenerentola, spie lesbiche che si fingono suore, una nazi-criminale ossessionata dall’idea di replicare i geni perfetti del bomber per riprodurli in dieci cloni con i quali comporre un team imbattibile? E cosa fare di questo belloccio statuario tanto bravo con il pallone quando infantile in tutti gli altri aspetti della propria vita, adulto bambino che vive in una reggia dagli arredi kitsch e ha come unico amico un micino nero? Ci vuole coraggio per immaginare un film cosi, pensare di girarlo e credere che qualcuno possa investirci del denaro. Ma il coraggio non è mancato ai due registi, né ai selezionatori della Semaine, e chi scrive non teme di dire che se anche Diamantino non sarà il film migliore del festival, difficilmente se vedrà uno più originale.

Sarebbe un errore considerarlo un film d’autore, gettarlo nel calderone della “nouvelle vague” portoghese di cui fanno parte registi di primo piano dell’attuale scenario internazionale, da Joao Nicolau e Miguel Gomes a Joao Pedro Rodrigues, dei quali il film condivide giusto un’irriverenza di fondo, la propensione all’assurdo e allo sconfinamento dei generi. Visionario e imprevedibile dall’incipit alla chiusa, non va scambiato per un guazzabuglio di idee partorito sotto l’effetto di allucinogeni (anche se la resa stilistica ne è un adeguato ma coeso corrispettivo) e, sotto la pelle sgargiante di un folle divertissement, lascia intravedere questioni d’attualità: la relazione del Portogallo con l’eurozona, la questione dei migranti e il passato colonialista, insieme a una diffusa esplorazione della natura trasgressiva del desiderio “queer”. Ma forse l’aspetto più interessante del film ha a che fare con il tabù dell’omosessualità in ambito calcistico: un rimosso sul quale si stende tuttora un velo di silenzio assoluto, qui portato alla luce oltre che dalle bizzarre abitudini del protagonista, anche, e in maniera più esplicita, dal seno che gli cresce sotto la maglietta…

Fuori da ogni possibilità di categorizzazione, Diamantino riporta alla mente un certo cinema naif degli anni ’60, tra Fu Manchu e Satanik, tra il cinema turco dei supereroi e i cloni fumettistici degli spy-movie alla 007, tra Modesty Blaise e Myra Breckinridge. Ma con Cristiano Ronaldo come protagonista. [Alessandro Stellino]


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PERDUTAMENTE TUA

Ripercorrere i confini che hanno separato l’Europa è una missione per il regista polacco Pawel Pawlikowski: prima con la serie di documentari sui paesi slavi (Serbian Epics, 1992), poi con i lungometraggi in cui i personaggi sono chiamati a interrogarsi sulle proprie origini, esuli in patria ed estranei negli altri paesi. Persino gli splendidi corpi che li incarnano diventano specchio di una costrizione politica: sono soltanto prigioni da infrangere, in quella progressiva interiorizzazione delle emozioni che già segnava My Summer of Love (2004). In Zimna voïna (Cold War), presentato nella competizione principale del festival e accolto con un sentito applauso, torna centrale la ricerca dell’origine dello spirito polacco: Wiktor, un musicologo e compositore, attraversa le campagne registrando canzoni popolari agli inizi degli anni Cinquanta, quando le insurrezioni sono state domate e Stalin intende riportare in auge un po’ di folklore locale. Sarà proprio mettendo in scena uno spettacolo para-governativo che l’uomo incontrerà la giovane e appassionata Zula, spirito indomito che farà di tutto pur di sfuggire alla miseria. Tra i due scoppia l’amore: una rincorsa tra i muri che si stanno alzando in Europa e un progressivo smarrimento, riflesso delle diverse rimozioni operate dai due blocchi.

Zimna voïna prende le forme del melodramma classico, servendosi della musica come espressione di sentimenti che restano contratti nella vita eternamente in fuga dei due amanti. Ma la musica non è paradigma dell’impossibilità dell’amore di scendere a patti con una dimensione terrena (come accade nella Hollywood classica, ad esempio nei film di Irving Rapper), ma campo nel quale si esplicita il compromesso originale da cui saranno segnate le vite di Wiktor e Zula. Il primo a tradire è Wiktor che pensa di recuperare uno spirito perduto e invece sta solo strumentalizzando una tradizione, snaturandola e trasformandola in puro spettacolo. In modo più istintivo, Zula inganna nell’appropriarsi di un canto non suo pur di farsi assumere nella compagnia. Ed è proprio questo doppio tradimento, operato dalla classe intellettuale quanto da quella contadina, a condannare i due, anche quando pensano di raggiungere la felicità finalmente riuniti in una Parigi bobò. Non ci può essere una patria per il loro amore, stretto tra il potere della Russia stalinista e l’oblio di un’Europa capitalista: il paradiso perduto riposa nei ruderi della propria civiltà, dove la perfezione di una cappella sventrata raffigura l’impossibile rapporto con l’ideale, l’icona del nuovo regno irrimediabilmente perduta.

Vissuto come Wiktor lontano dal suo paese seguendo le orme dei propri genitori (a cui è dedicato il film), il regista raggiunge un’inedita forza espressiva, grazie alla regia manierata figlia della lezione del grande cinema polacco, ma anche all’atto di concentrare lo svolgimento del film in una manciata di incontri tra i due protagonisti. Un cinema di testa che fatica ad abbandonarsi alle situazioni (ne è esempio la bellissima scena dell’Eclipse, vorticosa e travolgente, ma volutamente troncata) e ai suoi splendidi protagonisti, Wiktor e Zula, eternamente prigionieri delle sue composte inquadrature. Nell’estrema asciuttezza, le ricercate scelte di composizione dell’immagine e la raffinata fotografia in bianco e nero evitano i compiacimenti di cui era vittima il precedente Ida, per consacrare definitivamente Pawlikowski cantore di un’Europa intrappolata tra istanze opposte e mai rielaborate. [Daniela Persico]

IMMAGINI MANCANTI

CANNES 71: MATERIA BRUTA

LA SVOLTA DI CANNES