Nel 2012 Eloy Enciso presentava a Locarno, nella sezione Cineasti del presente, la sua opera seconda Arraianos, ritratto non convenzionale di un piccolo villaggio sospeso nel tempo, al confine tra Galizia e Portogallo, ammantato dal fantasma dell’apocalisse franchista. Un film che apriva idealmente le porte a Longa Noite, tra le proposte più suggestive e dense del Concorso internazionale di quest’anno e per molti aspetti aggiornamento della poetica del suo autore.

All’indomani del trentennio di dittatura franchista, Anxo – personaggio vettore di un viaggio punteggiato da numerosi altri ritratti e incontri – torna al suo piccolo paese nella campagna galiziana, Lugo. Il suo percorso diventa l’occasione, attraverso le voci dei suoi concittadini vinti e vincitori, per aprire un varco nella dimensione della memoria e nutrire un bilancio corale che interroghi le storie e le scelte individuali negli anni della dittatura.

Portando avanti l’intenzione di impostare in chiave straubiana i molti momenti dialogici del film, interpretati da attori amatoriali a partire dalla rielaborazione delle autentiche testimonianze epistolari degli esiliati dal regime, Longa Noite prende avvio dai volti e dai gesti del quotidiano – su tutti, un uomo e una donna che mendicano sugli scalini di una chiesa e si dividono un tozzo di pane, mentre commentano la crisi della solidarietà – per aprirsi gradualmente a una dimensione cosmica, alla geografia oscura del paesaggio galiziano, correlativo dello smarrimento esistenziale che ogni compromissione morale con la dittatura deve attraversare, anche nella presunta conclusione di un regime.

Un paesaggio di rocce e selve oscure, che Anxo percorre in nome di un’intera regione e della sua eredità spirituale, senza più sapere se si tratta di questo o di un altro mondo, se la sopravvivenza agognata per lunghi anni – e a più riprese evocata dalla gente comune come unico principio cui appellarsi, superiore alla stessa libertà – non rappresenti altro che una residuale astrazione, carica di ulteriore e fatale straniamento. Nel doppio vincolo di un’immagine che evoca la Storia e al contempo la trasfigura, il film di Eloy Enciso rilancia la questione della memoria, tra scrittura e parola, come fondamento alla narrazione degli uomini, e in questo senso riesce a interrogare anche il tempo presente, catalizzando nella sua opera rigorosa e ipnotica i segni e i meccanismi del potere nelle società totalitarie. Un film che guarda al passato e ri-guarda la tragedia di ogni oblio. [Marco Longo]


I FIGLI DELLA VIOLENZA

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Con il suo secondo lungometraggio O fim do Mundo, presentato nel Concorso Internazionale, il regista svizzero Basil Da Cunha torna a girare nello slum portoghese di Reboleira, proseguendo l’esplorazione girovaga e ibrida di un cinema che spazia dal noir al documentario, attraverso il racconto notturno di un mondo sommerso, all’alba della sua scomparsa.

Dopo otto anni trascorsi in un istituto di correzione minorile, l’adolescente Spira torna a casa, dove niente è più lo stesso. Lo slum sta per essere demolito, e Spira lo attraversa come un angelo vendicatore, creatura di tenebra segnata da un destino inesorabile di esclusione senza seconde possibilità. Da Cunha dipinge una gioventù spezzata, costretta a sognare un futuro criminale o a rinunciare alla pianificazione di un avvenire certo, tra sparatorie e amori adolescenziali.

Trasferitosi a Reboleira da più di dodici anni, il regista ha ambientato diversi cortometraggi e il suo primo lungometraggio After the night, presentato a Cannes nel 2013, proprio nel cuore dello slum. La comunità capoverdiana ai margini di Lisbona segue regole proprie, lontano dalle istituzioni ufficiali, e la vita di quartiere è scandita da rituali, feste e liti furiose all’insegna della stretta convivenza e della condivisione forzata. Reboleira è un dedalo brulicante e affollato, un microcosmo violento attraversato da rari momenti di apertura e respiro, nella festa e nella danza, nella musica che interrompe un lutto e nell’assurdità di gesti inaspettati.

O fim do Mundo conferma la predilezione di Da Cunha per una messa in scena istintiva e spesso pronta all’improvvisazione, in attesa della manifestazione di un reale che rappresenta una scelta e una vocazione. I volti si susseguono, incastonati nelle luci rosse e azzurrine delle abitazioni anguste, illuminati dai fari di un’auto, dai fuochi d’artificio durante una partita di calcio, in un gioco di ombre e riflessi che esalta i chiaroscuri della splendida fotografia curata dallo stesso Da Cunha e da Rui Xavier.

Con l’intenzione di cogliere le ultime ore di una realtà di per sé nascosta agli occhi dei più, Da Cunha riesce a superare i confini invisibili che separano lo slum da Lisbona e a restituirne una rappresentazione lontana dai manicheismi tipici delle narrazioni criminali, cogliendo lo spirito di un luogo spietato in piena libertà. Nel tentativo di imitare il naturale scorrere del tempo, scandito da incontri casuali e conversazioni quotidiane, O fim do Mundo rischia tuttavia di perdersi nei meandri di una sceneggiatura ondivaga, indecisa sulle scelte da prendere lungo la strada. Nonostante la bellezza straziante delle immagini, il film di Da Cunha non riesce a svincolarsi fino in fondo dall’ossessione di un reale troppo angusto, e proprio come i suoi protagonisti vaga poeticamente in cerca di una possibile direzione. [Carlotta Centonze]


LEZIONI DI VITA

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Una giovane domestica in ginocchio pulisce ostinatamente il pavimento di un bagno. La macchina da presa la inchioda attraverso un’inquadratura fissa, mantenendo una distanza impietosa dal suo dolore che presto si converte in un pianto disperato. L’apertura di Overseas, ultimo film del filippino Sung-A Yoon presentato nella sezione Cineasti del presente, conduce lo sguardo dello spettatore all’interno di un racconto prettamente osservativo, che mostra senza forzature uno spaccato umano emblematico e poco conosciuto.

Girato quasi interamente all’interno di una casa-scuola per colf, il regista segue giorno per giorno le lezioni impartite alle future domestiche, secondo un dispositivo di messinscena che asseconda la simulazione della realtà attraverso cui le donne si formano prima di partire per il resto del mondo. Tra i metodi per piegare le lenzuola e disporre le posate, vengono così semplificate e teorizzate sotto forma di vere e proprie norme anche alcune tecniche di sopravvivenza, come salvarsi da uno stupro o chiedere le ferie senza fare adirare la padrona. Si tratta, purtroppo, di uno dei tanti casi in cui l’abuso è parte integrante del lavoro, al punto che per resistere alla spietata realtà è indispensabile sacrificare la propria identità.

“Ricordatevi sempre che siete esseri umani”, continua a ripetere l’educatrice, mettendo in allerta le ragazze: immagine e metafora di una dignità trasformata in codice, per cui la più piccola dichiarazione intima di queste giovani diventa manifesto di auto-legittimazione e non più mera commiserazione fine a se stessa. Tra pianti e risate, con la naturalezza di uno scambio d’esperienze, la scuola è per le future domestiche l’ultimo spazio di vera gioia, un luogo in cui queste vite si ritrovano, forse per l’ultima volta, titolari di una dignità che presto verrà loro negata e che dovrà essere riconquistata con l’astuzia di macchinosi stratagemmi. Questo sentimento di compartecipazione e gentile cameratismo al femminile si scopre tra i gesti più semplici, che la regia ci invita a osservare con senso della misura e rispetto.

Fra le ultime inquadrature, nel corridoio di un grande ufficio di collocamento, scorgiamo pile infinite di curriculum e documenti stoccati coi nomi di tutti i Paesi del mondo: è il momento in cui in cui possiamo davvero percepire la forma definitiva del destino che attende queste donne, dall’altra parte del mare e lontane da casa, ma soprattutto incorporate in un sistema di oggettivazione dell’essere umano, prassi asservita ai cinici bisogni di un mercato che banalizza la singolarità e la soppesa solo in relazione alla fatica che quest’ultima è in grado di fornire alle esigenze del profitto, in cambio di pochi soldi per sopravvivere. Ma Overseas colpisce in definitiva per la sua delicatezza, poiché invece di scandagliare i fronti tragici a cui un certo tipo di documentario ci ha abituati, sceglie di fare un passo indietro e analizzare i codici segreti di un mondo osservato soltanto in superficie, magari proprio simulando ciò che potrebbe accadere anche nel salotto di casa nostra. [Davide Perego]


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