Presentato al Festival dei Popoli come evento speciale della sezione Habitat, Le Fils de l’épicière, le Maire, le Village et le Monde è il film che Claire Simon ha dedotto, con mirabile sintesi, da un progetto seriale (Le Village, 18 episodi) che per tre anni l’ha impegnata a Lussas, un piccolo villaggio rurale nella regione dell’Ardèche, circondato dalle viti e divenuto in poco tempo il luogo di riferimento per il documentario in Francia.

Qui il sindaco vignaiolo Jean-Paul Roux e il suo vecchio compagno di classe Jean-Marie Barbe, figlio degli ex droghieri del paese, hanno tentato con un piccolo gruppo di collaboratori un’impresa unica e certamente controcorrente: dopo la creazione dell’Etats Généraux, un festival dove ogni anno ad agosto si riuniscono oltre cinquemila persone per una settimana dedicata al cinema del reale, tra film, danze e feste, il nuovo obiettivo è la costruzione di un centro di produzione e sviluppo cinematografico di 1500 mq a Lussas e la realizzazione di una piattaforma di abbonamento digitale – oggi Tënk – destinata a mettere in relazione la comunità del cinema documentario di tutto il mondo.

Il film di Simon racconta l’avventura umanista nel suo farsi, tra riunioni, dialoghi con potenziali finanziatori pubblici e privati, momenti istituzionali e piccoli, grandi sforzi quotidiani, riuscendo a stabilire nel dialogo tra natura e cultura, potremmo dire tra vigne e cinema, tutta una serie di analogie naturali, al cui fondamento resta la necessità di immaginare nuovi modelli di pensiero e di gestione, rapporti inediti tra locale e globale, rinnovate prospettive di sviluppo dell’immaginazione.

«Mostrare cose che non siamo abituati a vedere, cambia lo sguardo. Tutto il nostro lavoro qui è cambiare lo sguardo, e cambiare lo sguardo è cambiare il mondo», afferma Barbe in una delle tante presentazioni pubbliche del progetto. Nella consapevolezza che il denaro sia indispensabile e che il suo conseguimento sia una questione di enorme volontà, la diversità culturale resistente che il progetto e il film promuovono si poggiano sull’entusiasmo contagioso di chi è disposto a tutto, pur di dare concretezza alle proprie idee. Persino in un luogo remoto del mondo è possibile depositare questo seme prezioso. Perché nel tempo dilatato e paziente dei ritmi naturali risiede anche il segreto irresistibile del cinema.  [Marco Longo]

Per vedere il film: https://www.mymovies.it/ondemand/popoli/movie/le-fils-epiciere/


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L’umanità segreta di quattro native digitali

Cosa accadrebbe se si lasciasse la camera (sotto forma di smartphone, pc, macchine fotografiche e qualunque mezzo tecnologico in grado di riprendere) in mano a quattro ragazze adolescenti di Brescia? Con Eskere, presentato nel Concorso italiano del Festival dei Popoli, il regista Alessandro Abba Legnazzi ha portato avanti l’esperimento, vedendo emergere un’opera autentica e inaspettata, che vive della generosità delle sue protagoniste.

Nova Afia Nasir, Atika Sharkar, Miriam Ben Taleb e Rim Shahen sono ragazze diverse per origini, vissuto e modo di essere, che affrontano le difficoltà comuni a tutti gli adolescenti, tra scuola, amicizie, amori, sogni e litigi in famiglia. Chiamate a raccontare la propria quotidianità, senza limiti di forma e senza un preciso obiettivo o schema, le ragazze rivelano con il procedere del film un’umanità complessa, che alterna momenti giocosi con le amiche a profonde riflessioni su loro stesse e sul mondo. Ognuna di loro, infatti, trova un modo personale tanto di interagire con l’oggetto che le riprende, quanto di guardare alla realtà delle cose, contribuendo a uno spaccato generale che sorprende per la sua sincerità.

Per delle giovani native digitali che conoscono molto bene la costruzione della propria immagine e la condivisione della vita privata sui social, il cinema dev’essere sembrato forse qualcosa di più distante e astratto. Proprio da questa distanza nasce la scoperta di un mondo intimo raccontato in tono confidenziale dalle protagoniste, che accettano con la leggerezza di un “eskere” (in gergo da “let’s get it”) di aprire piccole finestre su delusioni, ansie, idoli e sogni. Lasciando totale libertà espressiva a quegli adolescenti che potrebbero sembrare velocizzati nella frenesia dei quindici secondi di Instagram e dei balletti di Tik Tok, Eskere abbatte i pregiudizi tipici dello sguardo adulto, mostrando l’esistenza di un tempo interiore di riflessione proprio delle giovani protagoniste, ma soprattutto la resistenza di infiniti spazi emotivi e personali coltivati lontano dagli occhi altrui. [Carlotta Centonze]

Per vedere il film: https://www.mymovies.it/ondemand/popoli/movie/eskere/


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Danzare contro il sistema

Durante gli anni ’80, si assiste negli USA a una vera e propria incarcerazione di massa e il sistema penitenziario locale rivela molte più connessioni con tendenze politiche discriminatorie che con la giustizia. Le vittime sono spesso minoranze (afroamericani, latini, comunità queer), le stesse che, parallelamente, sono protagoniste di un fenomeno dirompente, una vera e propria risposta alla mass incarceration: la nascita e diffusione della house music. Il regista e video-artista britannico Phil Collins esplora questo legame attraverso un lavoro artistico e sociale di cui il documentario Bring Down The Walls, presentato nella sezione Let the Music Play del Festival dei Popoli, rappresenta l’ultimo tassello.

Nel maggio 2018 viene inaugurato il progetto Bring Down The Walls e un’ex caserma dei pompieri nel quartiere di Lower Manhattan diventa spazio multifunzionale di indagine sociale ed evasione: di giorno sede di seminari e dibattiti sulle ingiustizie del sistema carcerario, di notte discoteca in cui si esibiscono performer, musicisti, DJ. Phil Collins, ideatore del progetto, fa entrare la sua camera in questo luogo di aggregazione, ambiente vivace di condivisione di riflessioni, testimonianze, feste, serate, musica.

Il regista mette in luce con chiarezza la connessione fra le storture del sistema e il tentativo di combatterle: le interviste ad alcuni carcerati a Sing Sing nel 2015 e gli interventi di ex detenuti si alternano a sequenze girate sul dancefloor. Queste ultime sono immagini fluide, che seguono il ritmo della musica e mettono in scena la libertà di espressione e di identità: è una danza sfrenata di corpi, luci e colori, che contrasta con il rigore documentaristico delle altre sequenze, offrendo una prospettiva inedita da cui osservare il medesimo problema. I suoni martellanti e ipnotici, l’abbigliamento eccessivo, i balli scatenati sono atti di protesta che mirano a far crollare i muri (delle prigioni, mentali, sociali, sessuali, di genere). Collins riesce a proporre un discorso costruttivo anche attraverso un linguaggio decostruttivo, quello vitale, caotico, libero della danza e della house music. [Giulia Bona]

Per vedere il film: https://www.mymovies.it/ondemand/popoli/movie/bring-down-the-walls/