Mai come nel caso di Bertrand Mandico il binomio genio e sregolatezza appare distribuito in parti uguali. Yin e yang, due metà complementari e inscindibili dell’artista, come da luogo comune ormai consunto. Il dono e la maledizione di Bertrand Mandico, ultimo di una catena antica di eccentrici, sta nel vivere in un’epoca post tutto, post queer e post postmoderno, in cui occorrono intuizioni nuove e fresche ogni istante senza diritto di asilo permanente e in cui è inevitabile citare qualcuno o qualcosa. È un mondo difficile: per noi tutti, e quindi anche per Mandico. Questa quieta disperazione esistenziale da artista lo conduce a immaginare paradisi sempre più sporchi, fino a quello di After Blue (Paradis sale), proiettato in prima mondiale a Locarno 74 e nell’ambito di un concorso che lo vede brillare come il nome più atteso. L’universo è quello conosciuto nei suoi folgoranti cortometraggi di esordio e poi portato a forma compiuta in Les garçons sauvages. Luoghi post-apocalittici e pansessuali, in cui la nostra civiltà è ridefinita, rimescolando zenit e nadir, apici e scorie, verso nuove creazioni.

Una folgorazione tra Arancia meccanica e Zulawski, che ha conquistato i Cahiers e ha proiettato Mandico nelle posizioni più ragguardevoli della catena dell’hype. Paradis sale è celebrazione nella continuità di quell’esperienza. Nella sua ingiustificata e arrogante dilatazione, ci riporta a contatto con una cosmogonia ormai quasi familiare, trasformando da storica in cosmica l’immonda Weltanschauung pansessuale di tronchi che secernono fluidi e lingue che non possono fare a meno di sfiorarsi. Le metafore somigliano a giochi di infantile leggerezza, con armi che rimpiazzano Colt e Smith & Wesson con i nomi di brand di alta moda – Paul Smith, Gucci – e un villain che porta il nome di Kate Bush, doverosamente enfatizzato ad ogni occasione in cui occorra pronunciarlo. Kate Bush è una delle artiste del cuore di Bertrand, ma reca con sé anche l’indubbio vantaggio di un doppio senso intrinseco nel cognome – tradotto in italiano significa “cespuglio” – specie in una storia in cui i peli superflui assumono un ruolo rilevante.

Nel mondo di After Blue, infatti, in cui si sono trasferiti i terrestri dopo aver reso inabitabile il pianeta, l’ipertricosi è talmente inarrestabile che gli uomini hanno dovuto soccombere, lasciando il proscenio al sesso che fu debole e che oggi si rafforza di giorno in giorno. Da Elina Löwensohn – regina del cinema indie al tempo dimenticato di Hal Hartley – a Vimala Pons, sono le femme fatale di ieri e di oggi a menare le danze della stralunata opera di Mandico, sci-fi western erotico, distopico, picaresco e indolente, che mescola Mad Max e Metal Hurlant, La planète sauvage e il mito di Aladino senza pudore alcuno, con l’intento di trangugiare le sottoculture del XX secolo e risputarle sotto nuove sembianze. L’artista, incarnato dalla Sternberg di Vimala Pons, è elogiato e celebrato come l’essere umano privilegiato e savant, colui (o meglio colei) che vede al di là, che dona e toglie vite. Per Mandico, d’altronde, la dittatura dell’artista è l’unica forma di governo possibile. After Blue rappresenta l’apoteosi di questa concezione del mondo, collocata in una landa ostile, libera e un po’ ottusa, che dalla Terra ha ereditato la spazzatura pop, tra nomi che assumono un nuovo significato (Kate Bush!) e oggetti preziosi ridotti a ridicole suppellettili.

I colori sono allucinati e a dominante magenta, fumo e nebbia avvolgono costantemente l’inquadratura, senza inizio né fine. È un mondo artefatto che nega il male ma senza saperlo affrontare. E forse il maggiore rimpianto sta nella timidezza di Mandico, che sfiora solamente il tema audace di un nuovo ordine femminista che trasformi l’utopia di voler rimuovere il male alla radice in fanatismo perverso, senza affondare il colpo. Anche se probabilmente la misura ideale di Mandico rimane quella fulminea del cortometraggio (recuperate Boro in the Box e gli altri suoi lavori brevi), Les garçons sauvages aveva imposto al mondo una visione radicale e priva di compromessi degli umori contemporanei, di cui Paradis sale rappresenta una sfavillante e divertita appendice. Per comprendere il presente non si può prescindere dal cinema di Mandico, a sua volta potenziale vittima della vorticosa tendenza all’invecchiamento precoce e della vorace sete di novità che ormai caratterizza ogni forma d’arte.

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