C’è poco da divertirsi nell’ultimo film di Quentin Tarantino, Once Upon a Time in Hollywood, appena presentato in competizione a Cannes. Sia perché è un film velato di malinconia, sia perché salvo poche occasioni la consueta ironia del regista va a vuoto o provoca sogghigni a denti stretti. Certo, la breve scazzottata tra lo stuntman interpretato da Brad Pitt, Cliff Booth, e un presuntuoso Bruce Lee è una scena cult degna dell’autore di Le iene e Kill Bill, ma quante altre sono a quel livello? Forse nessuna, in oltre due ore e mezza di film. O forse solo la lunga sequenza in cui Booth accompagna la giovane Pussycat (Margaret Qualley) al ranch in cui alloggia la comune di Charles Manson, tesa e riuscita, persino inquietante, tanto da far pensare che sarebbe bello un giorno vedere Tarantino alle prese con l’horror. Ma il resto è un lungo e stiracchiato omaggio al cinema dei tardi anni ’60, un momento cruciale che ha segnato la fine dell’innocenza non solo per la società occidentale ma anche per il sistema dei generi che, dopo l’esplosione cominciata giusto un decennio prima, ha ripiegato infine sulla farsa, lo splatter, il pastiche.

Quanti sanno chi sono Antonio Margheriti e Sergio Corbucci (“il secondo miglior regista di spaghetti western”), bravi cineasti italiani dell’epoca nei film dei quali si trova a recitare la star in declino Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) per tirare su qualche soldo e levarsi dal pantano delle serie televisive americane? E a che pro chiamare in causa i serial dell’epoca, da Mannix a The Man From U.N.C.L.E.? Se esattamente venticinque anni fa, quando su questi stessi lidi veniva rivelato il talento fagocitante del regista americano con Pulp Fiction, si affermava la sua capacità di rielaborare l’immaginario dell’universo exploitation per tirarlo a lucido a favore di un pubblico che ne sentiva la mancanza o non l’aveva mai conosciuto, oggi la strada intrapresa sembra averlo portato a un vicolo cieco: la “retromania” vintage nel cui spirito cartoonesco venivano sapientemente frullati gli artigiani della “serie b” italiana, l’action orientale e l’hard-boiled americano sembra avere ormai il fiato corto, se il regista che se ne è fatto alfiere non fa che ripetere se stesso, e i suoi emuli (Refn su tutti) finiscono per essere la brutta copia della brutta copia.

Qualcuno ha parlato, a ragione, di cinema onanista, e se non sapessimo quanto Tarantino si diverte a girare i suoi film, verrebbe anche da pensare che si tratti di autoglorificazione. Il passo forse è breve, e senz’altro siamo di fronte a un’opera che non solo feticizza il cinema (a cominciare dall’utilizzo del 35mm) ma comincia pericolosamente a feticizzare lo stile e le ossessioni del proprio regista. È naturale che quando ci si appresta a vedere un nuovo “Quentin Tarantino” ci si aspetti un film che risponda a determinate, precise caratteristiche, ma se l’applauso che accoglie l’aprirsi del sipario a inizio proiezione è più caloroso di quello che accompagna i titoli di coda probabilmente qualcosa non ha funzionato.

A cominciare da una sceneggiatura che non gestisce al meglio l’intreccio narrativo, tendente alla coralità pur lasciando al centro le vicissitudini della coppia Booth-Dalton: intorno a loro ruotano personaggi più o meno minori o accessori, alcuni tratteggiati meglio di altri ma sempre sostanzialmente macchiettistici (quando non totalmente inutili: il produttore interpretato da Al Pacino su tutti); ed è macchinoso anche il dispiegarsi delle sottotrame legate al clan dei Manson e alla liaison tra Roman Polanski e Sharon Tate, dapprima giustapposte per mezzo di un farraginoso montaggio alternato e negli ultimi 40 minuti gestite con l’aiuto di una voice over che si mette al timone per accorciare i tempi. Poi, certo, troverete in bella vista manifesti cinematografici, copertine di riviste, libri e fumetti d’epoca, tanta musica soul nell’autoradio, e, ovviamente, le estremità femminili che sono ormai marchio di fabbrica del regista; ma non bastano. Manca la freschezza dell’invenzione e verrebbe da chiedere a Tarantino di lasciarsi una volta per tutte alle spalle il passato e guardare avanti, regalarci un bel film contemporaneo.

Anche perché, alla fine, è piuttosto ridicolo che sia proprio lui a chiedere agli spettatori di Cannes di evitare spoiler sul finale di un film che in sala uscirà solo tra diversi mesi, quando il finale stesso è ricalcato su quello di un altro suo film. L’ultimo davvero interessante tra quelli che ha realizzato, e oltre il quale sembra da tempo non saper più andare. [Alessandro Stellino]


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