No Kings, il documentario d’esordio della regista brasiliana Emilia Mello, presentato nel Concorso Internazionale e vincitore del terzo premio della quinta edizione di IsReal – Festival del Cinema del Reale di Nuoro, è un ritratto autentico della vita quotidiana della comunità di pescatori Caiçara, in grado di procedere in equilibrio tra indagine etnografica e racconto emotivo.

Poco lontano da Rio de Janeiro, l’esistenza nascosta dei Caiçara, discendenti di popolazioni indigene, schiavi fuggiaschi e pirati europei, segue un ritmo tutto suo, scandito dagli eventi naturali, dal lavoro e dalle esigenze della pesca. Una pioggia improvvisa può interrompere la costruzione delle canoe e radunare chi partecipa sotto un telo tra la vegetazione, e la caccia ai granchi sulle rocce può riempire la giornata di un gruppo di bambini.

Isolati dal mondo in una dimensione sospesa eppure densa di gesti, relazioni e avvenimenti, gli abitanti del luogo entrano nel campo visivo della regista con grazia, svelandosi a poco a poco davanti a lei. Lucimara è una ragazzina sfrontatamente anarchica e pungente che corre tra gli scogli e conduce una piccola banda di coetanei nella pesca, Alina è una madre single e indipendente, Ismael è un pescatore che si chiede se l’angolo di mondo in cui vive sarà l’unico che conoscerà.

Ribaltando qualunque gerarchia cinematografica, come suggerisce una delle tante sfumature che può assumere il titolo No Kings, il film nega ogni rapporto di subordinazione tra chi osserva e chi è osservato. Assorbita dalla libertà che guida i Caiçara, Mello abbraccia uno stile privo di rigidità formali e regole prestabilite, utilizzando la camera con estrema spontaneità e naturalezza, fino a diventare lei stessa l’oggetto della curiosità di chi sta riprendendo. Senza paura di oltrepassare la barriera della propria camera, la regista è in grado di restituire l’essenza più sincera di un’umanità sfaccettata, con un tono personale e intimo che non esclude, anzi rafforza, le sue istanze politiche.

Attraverso un racconto corale ed empatico, costruito insieme alla comunità che dipinge e di cui è diventata parte, Mello vive e si lascia abitare dal suo cinema, cercando con No Kings di salvare attraverso le immagini una realtà che rischia di scomparire. [Carlotta Centonze]


Ananda

Ora il tempo è un bambino che dorme

Presentato fuori concorso a IsReal – Festival del Cinema del Reale di Nuoro, nella sezione Camineras, Ananda è un intimo diario di viaggio, la storia di un esploratore inesperto all’interno di un Paese sconfinato come l’India, metafora di luoghi e credenze recondite. La ricerca della comunità dei bambini degli Ananda diviene il pretesto per esorcizzare una perdita impossibile da superare.

L’opera prima da regista di Stefano Deffenu si intreccia e si scontra fin dall’inizio con il fato: il materiale filmato, girato nel 2011, viene rubato da un bambino poco prima del ritorno a casa e riconsegnato con un pacco solo tre anni dopo. L’autore filma tutto ciò che gli passa davanti agli occhi: le immagini di fattezza amatoriale scorrono fluide, catturano gesta, rituali, mani, sguardi indispettiti e curiosi. Le inquadrature sono ruvide, instabili, divengono braccia protese a tentoni in avanti, anch’esse alla ricerca di una verità sfuggente; la narrazione si apre lentamente a guscio e dagli intimi scorci che vengono concessi subentra lo spettatore, nella creazione di un racconto che si espande da cuore a cuore.

C’è un’atmosfera mistica e contemplativa che, partendo dalla leggenda degli Ananda, avvolge le moltitudini del paesaggio e i suoni circostanti. L’assordante ritmo delle città indiane si mescola con il calmo accento dell’io narrante, suscitando un contrasto tra la continua scoperta e le forti radici, sinonimo di un passato impossibile da cancellare. “Credevo che cambiando mondo avrei cambiato anche me stesso” è l’ammissione iniziale dell’autore, non di un fallimento bensì di una profonda accettazione: ciò che resta è scegliere da quale prospettiva guardare le cose.

Stefano Deffenu ci regala un diario filmato dalla funzione espiatoria, talmente denso da racchiudere in un’ora sola le sensazioni di una vita intera. [Vanessa Mangiavacca]


invisible paradise

Il riflesso del non detto

È possibile rappresentare l’invisibile mediante il visibile? Al contrario di quanto affermato dalla teoria ejzensteijniana, secondo la quale un contrasto dialettico tra le immagini riesce a evocare un concetto, la regista Daria Yurkevich ha sfruttato il meccanismo dell’analogia, permettendo al mezzo cinematografico di imitare l’idea che vuole veicolare. Nonostante la portata del problema sanitario derivato dal disastro nucleare di Chernobyl, la grandezza fisica delle particelle radioattive è infinitamente piccola e non è possibile coglierla attraverso lo sguardo. Il cinema prende atto di questa assenza presente – o presenza assente – e la restituisce mediante il costante rimando alla rappresentazione negata.

In Bielorussia – non lontano dalla centrale nucleare sovietica ormai in disuso – la quotidianità di Yulia, Alesia e Olya prosegue linearmente: insieme si occupano di allevare maiali e di curare il giardino; le due figlie frequentano la scuola e la madre nel tempo libero parla al telefono con le amiche. La vita agra – più che agreste – è colta attraverso piani ravvicinati che frammentano la realtà, negando una possibile ricostruzione visiva. Lo spazio della casa non si dà mai per intero; la scuola e l’appartamento in città sono luoghi quasi metafisici, sospesi e a sé stanti. La tensione alla ricostruzione del puzzle visivo dirige l’attenzione verso il fuori campo, il reale celato agli occhi dello spettatore.

Lo spettro delle radiazioni si è adattato perfettamente alla vita comunitaria. Le conversazioni sono pervase dalla rassegnazione: non si parla mai direttamente della malsanità del luogo, sebbene sia costante il rimando alle morti premature degli abitanti. La quotidianità dominata da questo non detto è disseminata di indizi e piccoli segnali, che costituiscono le sfumature gotiche di cui si carica la forza maligna e fantasmagorica che aleggia nella zona.

L’iniziale atmosfera metafisica e a tratti bucolica si rivela nella sua natura tragica e sinistra nel momento in cui lo spettatore prende coscienza della calamità ambientale in atto. Invisible Paradise riesce a rappresentare l’irrappresentabile grazie al paradosso: ciò che è negato allo sguardo si rivela nel momento stesso in cui si accetta l’impossibilità di coglierlo direttamente, generando un senso di sconfitta verso le radiazioni che procede di pari passo con la frustrata eppure costante tensione verso un paradiso invisibile. [Alessio Chiappi]